K. Benissimo! Allora, un tema a piacere, e la parola "piacere" mi attira sempre moltissimo; infatti, non parlerò del piacere.
Anzi, sembrerò forse parlarne contro, perché parlo di una cosa ben superiore al piacere: vediamo, spero proprio di riuscire a farvelo, a farvi capire la differenza, la superiorità. Il tema della felicità è il tema della felicità, anche alla luce del mio autore preferito, che come qualcuno forse già sa, è Platone. Allora, perché ne parliamo?
Perché è così difficile parlare della felicità? Beh, io credo che, pensando che voi siate dei giovani, ma questo vale anche per i meno giovani, ma certamente per i giovani è più vero. Voi dovreste intendere la vostra vita come un percorso, come una via, una via che va attraversata, che va fatta, che va costruita, e questo è estremamente difficile.
Oggi me ne rendo conto; era molto più facile quando io ero giovane, perché quando io ero giovane c'erano molte strade già disegnate e uno poteva decidere quale strada fare e poteva anche decidere di attraversare diverse strade. Oggi, in questa grande confusione in cui dobbiamo vivere, è estremamente difficile costruirsi una propria strada, io me ne rendo conto, e tuttavia dovete farlo. Non c'è possibilità ulteriore grande che sia la difficoltà.
Questo è il compito che aspetta alla generazione dei ventenni e ancora di più a quelli che vengono dopo. Non possiamo evitare di riflettere sulla felicità e di costruirci una strategia che ci porti ad avere una vita la più felice possibile, o se proprio ci gira male, la meno infelice possibile. Ed è difficile anche per un secondo motivo: che nessuno ne parla del piacere, si parla moltissimo, e vi vengono proposti continuamente un'infinità di piaceri, un'infinità di soddisfazioni, un'infinità di desideri che devono essere soddisfatti, una ricerca infinita, ma non si parla di felicità.
E in certi momenti sembra quasi che sia impossibile essere felici, ma non è vero. Un filosofo vivente italiano molto bravo, Salvatore Natoli, ha scritto un bellissimo libro sulla felicità, e sentite cosa dice Natoli su questo tema: agli uomini accade di essere felici. La felicità è perciò un fatto, più esattamente un sentimento, uno stato della mente.
Gli uomini sanno cos'è la felicità, e non tanto perché ne possiedono il concetto, ma perché ne sperimentano la condizione. Essi, infatti, non ignorano quel che sentono quando si sentono felici. La felicità, dunque, esiste e come tale di questo mondo.
Cioè, se ci pensiamo un attimo, dice Natoli, tutti sappiamo di cosa stiamo parlando, perché ricordiamo di aver provato questa cosa che chiamiamo felicità. Qual è il problema? Che appena cominciamo a parlarne, diciamo banalità, diciamo sciocchezze, non sappiamo di che cosa parlare.
Evidentemente, non abbiamo il concetto di felicità e quindi, non sapendo che cosa davvero cerchiamo, non siamo in grado di trovarla; non siamo mai in grado di costruire qualcosa che ci porti il più vicino possibile ad essere felici. E' il primo errore che qui già si intravede in questa frase di Natoli: che la felicità sembra capitarci. Noi abbiamo a volte avuto l'esperienza della felicità, ci è capitato; ma se ci è capitato, è stato un dono.
Uno è lì, come quando gioca All Lotto, e aspetta di vedere se magari non viene fuori la serie di numeri fortunati. Può capitare di essere felici, ma se capita, se è un dono, se è qualcosa che viene da Dio o dalla sorte o da quello che volete, è inutile che io mi impegni. Come posso far capitare una sequenza di numeri?
Come posso far capitare un incontro fortunato? Capita, se capita. E se non capita, non ci posso fare niente.
Se si ragiona così, la possibilità di costruire un progetto di vita – un progetto di vita intendo qui non un progetto di vita rispetto a un lavoro, rispetto a una famiglia, no – rispetto al fatto che voglio essere felice, perché questa è l'unica vita che ho e non voglio sciupare. Da questo punto di vista ci aiuta un concetto che Platone conosce bene, perché è un concetto tipicamente greco. Vedete, quando noi parliamo di virtù, tutti voi che mi ascoltate, in quanto siamo tutti figli dei tanti secoli cristiani, pensiamo subito a una rinuncia, a un contenimento, a negare qualcosa, a impiegarsi in qualche altra cosa e via dicendo: il concetto greco di "aretè", che corrisponde a quello che noi sempre traduciamo con virtù, è esattamente l'opposto.
Che cos'è "aretè", cioè virtù, per un greco? È realizzare pienamente se stesso. Se tu sei intelligente, la tua virtù emergerà nel momento in cui riesci a fare l'uso ottimale di questa intelligenza.
Se tu hai la capacità di essere socievole con gli altri, la tua virtù sarà nel momento in cui questa socievolezza sarà la gioia di tutti i tuoi amici e del gruppo che ti sta intorno. Riuscendo, lì avrai realizzato te stesso e avrai costruito il massimo di felicità che a te era concesso. Perché, se nel momento in cui realizziamo noi stessi non riusciamo ad essere felici, dovremmo concludere che la felicità non c'è.
Noi abbiamo realizzato tutto quello che potevamo. Tutto va preso con beneficio di inventario, naturalmente. Se l'abbiamo realizzato, se io sono stato quello che avrei potuto essere, dovrei poter morire dicendo: "Vabbè, la mia vita è stata come quella di tanti altri, piena di cose belle e di cose brutte, di cose riuscite e di cose fallite, ma in fin dei conti, facendo un bilancio finale, posso dire che è stata felice".
A questo punto potrebbe nascere un dubbio, e cioè che io faccia questo, che io, che Platone, faccia questo discorso in antagonismo al piacere. Tutt'altro! Però Platone ci tiene in modo chiaro e paradigmatico, usiamo le parole difficili, per distinguere felicità e piacere.
Il piacere è una componente della felicità, ma colui che pensa che il piacere sia il bene e la felicità si rovina con le proprie mani. Cos'ha di pericoloso il piacere che non basta mai? Il piacere a cui immediatamente state pensando ha la caratteristica di essere continuamente un cerchio.
Ho sete, bevo, godo. Questa è l'esperienza più divertente che io trovi. Noi pensiamo ai piaceri sempre come qualcosa di estate: agosto, passeggiata in montagna, salita, sudiamo come bestie.
Fontanella di acqua fresca, acqua, acqua peraltro insipidissima, proprio l'acqua che viene dal ghiacciaio che si è appena sciolto. Io vengo dal nord e si sente; la beviamo. È un piacere spaventoso e non è successo niente, ma il bisogno era talmente forte, la sete era talmente tanta, il caldo era talmente soffocante che quel sorso d'acqua diventa la.
. . Infatti, il terzo sorso d'acqua già fa schifo e non dice più niente, ma noi facciamo altri, qualche altro chilometro di salita e di nuovo un'altra fontanella e di nuovo una libidine pura di un sorso d'acqua.
Capite che questo è un rischio mortale, e soprattutto se uno entra nel circuito desiderio-soddisfazione, desiderio-soddisfazione, desiderio-soddisfazione, si trova alla fine in un circuito che non ha mai fine. L'esempio stupido che vi ho fatto sull'acqua è un esempio che possiamo applicare alla nostra vita. Io continuamente ho nuovi desideri e nuove soddisfazioni che poi, una volta però avute, mi lasciano lì, esattamente al punto in cui sono e quindi devo cercare nuovamente altri piaceri, quindi nuovi desideri.
Non basta mai. Le perversioni nascono sempre da questo, perché se tu entri in quel tunnel, quel tunnel non ha uscita. Quel tunnel vive di se stesso e si moltiplica.
Platone usa una bellissima immagine per questo: un'otre bucato. Si può mai riempire un'otre bucato? Per quanta acqua o vino ci metti dentro, l'otre non sarà mai pieno, perché dal buco esce continuamente il liquido che tu hai versato dentro.
In realtà, noi dobbiamo valutare con attenzione i piaceri proprio per non cadere in questo meccanismo, perché poi, come tutti sappiamo, questo meccanismo porta a una conseguenza drammatica, quella che possiamo chiamare vizio. Ma che cosa vuol dire vizio? "Vizio" vuol dire che sei dipendente, sei partito per realizzare te stesso.
Sei convinto che in quel rapporto, in quell'esperienza, in quella sequenza di esperienze tu, alla fine, sarai perfettamente appagato e invece ti trovi schiavo di un padrone, che è un padrone terribile. Chiunque abbia un vizio - intendo vizio grosso, vero, fino al massimo dipendenza dalle droghe e via dicendo - evidentemente non può essere felice, perché nessuno può realizzare se stesso essendo schiavo di qualcos'altro. La precondizione minima per poter pensare di costruire un itinerario di felicità è che io devo essere libero.
Libero non vuol dire che non ho interlocutori, condizionamenti; anzi, il contrario: vuol dire che ho tante cose davanti, che posso stabilire degli ordini, posso dare dei giudizi, posso pormi il problema del fine per cui faccio tutte le cose che faccio. E allora devo valutare attentamente la mia situazione e quindi prendere atto che io sono limitato in una certa condizione. Se io ho 70 anni e non faccio esempi, anche perché ci pensate da soli, se io a 70 anni volessi godere come godeva a 30, sarei un personaggio patetico e sarei sommamente infelice.
Si può essere felici a 70 anni? Si può essere felici a 60, a 20, a 10? In modo diverso, e non è vero che la felicità del bambino innocente è maggiore di quella di un uomo di 30 anni; anzi, io credo che un uomo di 30 anni che sia proposto di essere felice e costruisce una strategia per la sua felicità possa essere molto più felice del bambino di cinque perché lui lo sa; il bambino di cinque non lo sa e può quindi avere un ulteriore appagamento, il pagamento di vedere il risultato dei propri sforzi, mentre il bambino non ha neanche questa cosa.
Allora noi dobbiamo costruire questo processo in modo che ci accontentiamo nella situazione in cui siamo, ma per forzarla continuamente, appunto come vi dicevo all'inizio, costruendo un itinerario, andando col, ad aprire strade nuove, quella che pensiamo sia la strada che va bene per noi. E allora, tornando a Platone, che cosa ci propone? In questo quadro così semplificato.
. . eh, il discorso è molto più complesso, come voi capite, ma in 15 minuti scarsi non posso dire molto di più.
Che cosa ci propone Platone? Una vita non semplice, una vita in cui lui addirittura arriva a fare un parallelo con Dio. Dio ha costruito il cosmo, il cosmo fisico che vediamo: il cielo, la terra e noi; costruiamo un cosmos asomatos, un cosmo privo di materia, che è il modello della nostra vita, ma è un cosmo, cioè ricco come può essere ricco quello che vediamo in una notte stellata, pieno di cose, e cose sono conoscenze, pensieri, esperienze.
Platone dice: sbagliano gli Spartani, perché fanno provare ai loro giovani l'esperienza del dolore. Sapete che gli Spartani erano un popolo di guerrieri, sono convinti che uomini e donne devono imparare a reggere la sofferenza: una donna spartana non deve piangere la morte del marito o del figlio, deve essere dura. Così però dice: e non li educate nella stessa maniera per i piaceri.
E così loro sapranno difendersi benissimo dal dolore, ma il giorno che incontrano il piacere saranno privi di capacità di resistere perché non hanno esperienza. Dice: i giovani devono conoscere il piacere per imparare a dominarlo e dice: non solo i piaceri naturali, ma i piaceri in genere. Non sta dicendo di prendere i vizi, eh!
Ma gli dice che tenere un giovane totalmente fuori dalla sfera del piacere vuol dire che il giorno che l'incontra subisce uno shock, e invece il piacere deve conoscerlo, deve conoscerlo presto e deve imparare a dominarlo, perché se lo domina è possibile che lui riesca a essere felice, se viene dominato la possibilità di essere felice è esclusa a priori. Dobbiamo costruire una vita complessa con tanti piaceri, ma. .
. Piaceri che non ci freghino. Scusate l'espressione e tante conoscenze una.
Allora la domanda è: ma momento? I filosofi sono buffi, cioè i piaceri, le conoscenze non vanno mica d'accordo. È certo che non vanno d'accordo e allora come facciamo a metterli insieme?
Ci vuole un criterio ulteriore e Platone lo indica: la giusta misura. Voi capite che, appena dice "giusta misura", dice qualcosa che non può essere scritto, perché la giusta misura per un uomo, maschio, che ha certe tendenze, certe caratteristiche, un temperamento di un certo tipo, può essere molto diversa dalla giusta misura che ha un altro soggetto, magari maschio, magari femmina, magari di un'altra generazione, con altre esperienze, con un altro temperamento. La giusta misura non è uguale per tutti, ma il problema è uguale per tutti, cioè io devo fare nella mia vita: quant'è lo spazio che riservo al piacere, ai divertimenti, al rapporto con gli altri, al rapporto con me stesso, se ci credo, al rapporto con Dio e via dicendo?
Costruirla, una strategia di scelte sempre rimesse in discussione, sempre verificate, mai date per scontato. Un atteggiamento critico continuamente su quello che noi stessi abbiamo realizzato, perché tanto noi stiamo cambiando, il mondo sta cambiando e quindi la giusta misura cambia. La misura di un uomo di 70 anni non è quella che doveva avere a 30 anni, è ovvio, ma non ci pensiamo.
Invece noi a questo dobbiamo pensare e pensare con attenzione se vogliamo avere una possibilità di essere felici. Questo è il discorso a cui dovrei fare una giunta, ma dico solo quello che non potrò dire, ma che in Platone c'è, ma che richiede un ulteriore discorso. Non basta; Platone aggiunge giustamente un altro elemento: per essere felici, un essere umano deve vivere in una società felice e pacifica, in una società realizzata, in una società la meno peggiore possibile.
Perché se uno cerca di essere onesto in una società di disonesti, se uno cerca di essere altruista in una società di egoisti, se uno cerca di non pensare solo all'affermazione di sé, ma all'affermazione di valori in una società in cui si dice "sei idiota, devi pensare a te stesso perché i valori non esistono", questo soggetto potrà ugualmente fare le scelte giuste per realizzare se stesso, per aiutare gli altri, per affermare i valori in cui crede, ma farà una fatica doppia. Mentre invece, se vive in una società più equilibrata, più matura, più attenta ai valori e via dicendo, farà sicuramente meno fatica. E siccome la fatica per cercare di essere felici è sempre tanta, è meglio aggiungere alla fatica che facciamo con noi stessi e con i nostri prossimi, anche quella che dovremmo fare per il nostro paese, per l'Europa e, lasciatemi esagerare, anche per tutto il mondo.
Questo è il senso profondo del messaggio di Platone e spero che in qualche misura vi sia sembrato interessante. Buonasera o buongiorno, secondo l'ora in cui mi state ascoltando. K.