C’è stata una volta in cui ho predicato in una chiesa che aveva una grande pannello posizionato fuori, in maniera che tutti, uscendo, avrebbero letto la frase: "Stai entrando ora nel tuo campo missionario". Quella chiesa comprendeva l’importanza del raduno, della riunione, della comunione tra i fratelli, ma comprendeva anche che la sua missione non è limitata nel suo interno, ma trabocca verso l’esterno. È proprio su quest’argomento che vogliamo parlare: la chiesa fuori dalle quattro pareti.
Gente, oggi mi trovo nel nord della Tailandia, nella città di Mae Sai. Dietro di me, si vedono alcune montagne. Dietro d’esse c’è il paese di Myanmar.
Alla mia sinistra abbiamo la frontiera con il Laos, e sto passando qui per portare un messaggio importante al tuo cuore. Un messaggio sulla nostra responsabilità di guardare oltre a noi stessi, di guardare verso gli altri. Nel libro di Ebrei, capitolo 13, dal verso 11 al 13, leggiamo quanto segue: "Infatti i corpi degli animali, il cui sangue è portato dal sommo sacerdote nel santuario come offerta per il peccato, sono bruciati fuori del campo.
Perciò anche Gesù ha sofferto fuori della porta, per santificare il popolo con il proprio sangue. Usciamo dunque fuori del campo e andiamo a Lui portando il Suo vituperio. " La Parola di Dio ci presenta qui una tipologia.
Nell’Antico Testamento il sacerdote aveva la responsabilità di portare il sangue del sacrificio dentro al luogo Santissimo, ma la Parola di Dio ci mostra anche che, così come il sommo sacerdote aveva la responsabilità di portare dentro il sangue, aveva anche la responsabilità di bruciare il corpo dell’animale fuori dall’accampamento. Ciò che leggiamo qui nel libro di Ebrei è davvero un paragone con Gesù. Il Suo sangue fu introdotto nel luogo Santissimo, al reale, al vero e proprio cospetto di Dio, ma questa tipologia indicava che il corpo di Gesù doveva essere portato al di fuori.
Quando Gesù viene portato verso il Golgota, Lui viene portato a morire nel calvario, Lui viene portato fuori dalla città. Il Suo sacrificio non avvenne dentro, ma fuori della città. Quello che troviamo qui non è appena una delimitazione geografica.
La Bibbia ce lo presenta come un messaggio. Qual è il messaggio? Il messaggio che dobbiamo comprendere è che abbiamo la responsabilità di, così come Gesù ha sofferto fuori dalla porta, così come ha sofferto fuori dal campo o dall’accampamento, dipendendo dalla versione, anche noi dobbiamo portare la Sua vergogna.
La stessa vergogna che Lui ha supportato al di fuori, perché è stato trattato come un criminale, è stato crocifisso semi nudo, lo stesso disonore che ha avuto là fuori, la Bibbia dice che anche noi dobbiamo supportare, anche noi dobbiamo portare questo messaggio. Credo che qui sia importante capire una cosa. So dell’importanza di stare in comunione.
In Ebrei, nel capitolo 10, lo stesso libro di Ebrei, un po’ prima, dice là nel verso 25 di non abbandonare il radunarsi assieme, parla dell’importanza di ministrare al cuore gli uni degli altri. Sappiamo che, come Corpo di Cristo, abbiamo bisogno gli uni degli altri e noi abbiamo una missione che è verso l’interno. È quando la chiesa comprende il suo ruolo di ministrare non solo al Signore, ma anche di ministrare ai santi.
Ma la nostra missione non si limita solo all’interno, abbiamo una missione anche al di fuori. La parola usata dall’autore di Ebrei è: "fuori dall’accampamento". In un’altra versione la parola usata è: "fuori dal campo".
Un’altra espressione che troviamo è: "fuori dal portone o fuori dalla porta", ma in realtà siamo noi ad avere una missione al di fuori. Non significa che una missione debba concorrere con l’altra, in realtà, dovrebbero completarsi. La missione all’interno ha lo scopo di rafforzarci e di prepararci affinché possiamo compiere la missione all’esterno.
Durante molto tempo ho visto chiese e governanti discutere su cosa fosse più importante. In realtà, Dio non ci ha ordinato di scegliere una cosa a scapito dell’altra. In realtà, le due cose si completano e noi abbiamo la responsabilità all’interno e all’esterno.
Quando osservo la Parola di Dio, vedo che abbiamo una facilità enorme di chiuderci in noi stessi e molte volte di non vedere quello che ci aspetta all’esterno. La Parola del Signore ci dice, in Giovanni, nel capitolo 4, che i discepoli di Gesù si recarono ad una città dei samaritani per comprare del cibo. Mentre vanno là, Gesù li aspetta al di fuori.
Quando ritornano, Gesù sta conversando con una donna. Di solito i giudei non andavano d’accordo con i samaritani ed un uomo raramente si metterebbe a parlare con una donna. Ma mentre loro erano preoccupati con quel tipo di cibo, Gesù dice loro: "Il mio cibo è fare la volontà di chi mi ha inviato.
" Gesù stava dicendo: "Così come voi trattate il bisogno di mangiare, il bisogno che ha il corpo di cibo, di sussistenza, come una cosa fondamentale", Gesù stava dicendo: "Anch’io comprendo che compiere la volontà del Padre è una necessità fondamentale, è una cosa della più alta importanza". Gesù arriva al punto di dire a loro: "alzate i vostri occhi, guardate i campi, sono già bianchi per il raccolto". Cos’è che Gesù stava dicendo?
"Voi guardate solo il vostro ombelico. Voi non capite che sono davanti ad una donna", e Gesù non stava appena davanti ad una donna, ma davanti ad una donna che sarebbe stata la chiave affinché una città intera fosse raggiunta. Praticamente, il Signore ci mostra che a volte non riusciamo a vedere oltre al nostro circolo, al nostro giro, alla nostra sfera di amici che sono già stati raggiunti, e Lui sta dicendo: "alza i tuoi occhi".
C’è bisogno di guardare oltre a coloro che abbiamo già raggiunto, c’è il bisogno di capire che Dio vuole toccare altre vite in una dimensione ed in un numero molto maggiore di quello in cui Lo stiamo già vedendo toccare per mezzo di noi, o che semplicemente vediamo queste vite essere toccate senza che fossimo direttamente coinvolti. Abbiamo bisogno di una visione più ampia. La Parola di Dio parla a riguardo di Filippo, che arriva nella città di Samaria.
Lui provoca un vero risveglio con la proclamazione del Vangelo. Vediamo la città arrendersi al Signor Gesù, vediamo gente voltarsi al Signore Gesù in un numero spaventoso, al di sopra della media. Ma, all’improvviso, la Parola di Dio ci mostra che Filippo riceve un’orientazione dallo stesso Dio, di lasciarsi alle spalle quel risveglio a causa di uno, un uomo, un etiope, un eunuco che avrebbe incontrato su una strada che, a principio, la direzione che Dio gli dà era di andare in una strada deserta.
A volte la nostra matematica non riesce ad accompagnare quella di Dio, che conosce cose che noi non conosciamo. In quel momento, non sembrava ci fosse logica nel lasciare una città intera che veniva salvata a causa di uno. Ma la storia, la tradizione dice che quest’uomo fu colui che portò il Vangelo a tutta l’Etiopia nel futuro.
Abbiamo bisogno di avere sempre, non solo una visione di espansione, ma una mentalità di obbedienza allo Spirito Santo che desidera portarci oltre a quella dimensione di conquista che abbiamo già raggiunto, dove siamo già arrivati. Quando parlo di guardare oltre non significa che non vediamo nulla. Quando parlo di fare di più, non significa che non abbiamo fatto nulla.
Filippo stava facendo molto, più della maggioranza, ma Dio aveva ancora dell’altro per lui Più di quello che aveva già realizzato. Questa deve essere anche la nostra mentalità. Il problema di molti di noi, quando ci convertiamo, è che in qualche modo pensiamo che ci dobbiamo allontanare dal mondo, da tutto e da tutti.
In realtà, l’unico consiglio che incontriamo nella Bibbia a riguardo dell’allontanarci, è a riguardo dei falsi fratelli. La Bibbia ci ordina di separarci dal mondo? Sì, da una struttura, dai suoi valori, ma non necessariamente dalle persone.
Gesù fu chiamato "amico dei peccatori", perché era sempre prossimo a loro. Non per essere influenzato, ma per influenzare. Non per lasciarsi trascinare dalle loro pratiche, ma per trascinarli fuori da quelle pratiche.
Non possiamo perdere questa mentalità. La chiesa ha la responsabilità di essere il sale della terra, di essere luce del mondo e non basta che pensiamo solo a chiuderci in noi stessi. La mentalità di escluderci dal resto e di chiuderci nei nostri stessi monasteri, in nome della santità ci ha impedito di compiere la missione all’esterno.
Possiamo essere santi là fuori, possiamo risplendere come lampade in mezzo ad una generazione pervertita, corrotta, è questo che insegna la Parola di Dio. Quindi voglio fare appello al tuo cuore. Quando la Parola di Dio parla del portare questa vergona di Gesù, sta dicendo che là fuori, nello stesso posto dove Lui ha supportato il disonore, dobbiamo portarla.
Non significa dobbiamo vergognarci, significa che quello che può sembrare vergogna, noi saremo disposti ad affrontare. Anzi, in Romani nel capitolo 1, nel verso 16, l’apostolo Paolo dice: "Io non me vergogno del Vangelo di Cristo". Molte volte capiamo che c’è una missione verso i perduti, ma il nostro atteggiamento è come se questa missione fosse appena per il resto della chiesa.
È come se fosse per mio fratello, è come se non fosse esattamente per me. La maniera come molti di noi agiscono è questa, ma tu ed io dobbiamo comprendere: la missione è nostra, la responsabilità è nostra e una decisione deve essere presa: la decisione di non aver vergogna di quello che gli altri considerano vergogna; la decisione di portare fuori questa vergogna dicendo come Paolo: "Io non mi vergogno del Vangelo di Cristo". In Ebrei 11:26, la Parola di Dio si riferisce a Mosè in questo modo: "Stimando il vituperio di Cristo ricchezza maggiore dei tesori dell’Egitto, perché aveva lo sguardo rivolto alla ricompensa.
" Quando guardo questa dichiarazione, io vedo, ovviamente la Bibbia sta facendo un simbolismo, Mosè in quell’epoca non conosceva ancora Cristo, mas lui scambia i tesori dell’Egitto per una missione che è molto maggiore. Tu ed io dobbiamo capire che abbiamo la responsabilità di mantenerci in questo mondo, possiamo anche essere benedetti con uno stile di vita differenziato in questo mondo, ma non dovremmo lavorare solamente in favore di quello che costruiremo qui. Abbiamo bisogno di donare le nostre vite a quello che realmente conta, a quello che realmente importa.
Quando l’apostolo Paolo dice in Atti 20:24: "Ma io non ne tengo alcun conto e la mia propria vita non mi è cara, pur di terminare il mio corso e il ministero che ho ricevuto dal Signore Gesù, di annunciare il Vangelo della grazia di Dio", lui sta dicendo che noi dobbiamo capire per cosa vale la pena vivere. Più del sopravvivere, più del prendersi cura solo della mia casa, della mia famiglia, che è la mia responsabilità, più del costruire una carriera, più dell’avere successo solamente agli occhi della gente, devo vivere davanti a Dio in una maniera che io possa guardare nei Suoi occhi e Lui nei miei, potendo sapere: ho adempito al proposito, ho realizzato quello che Lui si aspettava da me, avere una vita che testimoniasse il Vangelo di Gesù. Non importa se tu raggiungerai una folla, o se toccherai la vita di alcuni, devi vivere per testimoniare il Vangelo.
Prendi questa decisione, non vivere chiuso nel "mondo dei credenti", guarda quelli che sono là fuori e fa la differenza fuori dalle quattro pareti.