Acquista il nostro libro, la Seconda Guerra Mondiale in 50 perché. Link in descrizione. Gli anni 60, un decennio di cambiamenti, sogni e paure. Tra crescita economica, rivoluzioni sociali e tensioni internazionali il mondo sembra un viivio. Al centro di tutto i due protagonisti indiscussi, Stati Uniti e Unione Sovietica. Ma quanto è sottile il filo che separa la pace dalla distruzione nucleare? Con Kennedy e Crusov al comando, il mondo si prepara a vivere i momenti più pericolosi della guerra fredda. [Musica] Gli anni 60 sono un decennio complicato per il mondo. Sono un momento di crescita economica e
di prosperità, ma anche di grande agitazione politica e di forti tensioni internazionali. I protagonisti sono sempre gli stessi, Stati Uniti e Unione Sovietica, i leader indiscussi dei due blocchi in cui è Diviso il mondo. Le due potenze continuano a coesistere, nonostante tutto, fianco a fianco. Questa coesistenza, tuttavia, non si fonda sulla fiducia reciproca, ma su un fragile equilibrio garantito dal possesso di armi nucleari. Entrambi, USA e URS, dispongono di arsenali imponenti e pronti all'utilizzo in caso di attacco, scatenando una guerra atomica capace di minacciare non solo la loro sopravvivenza, ma quella dell'intera Umanità. In Europa
questo equilibrio basato sul terrore sembra funzionare, infatti non si combattono più guerre né si registrano scontri significativi se non sommosse interne. Purtroppo, come vedremo, la situazione nel resto del mondo appare ben diversa. Partiamo da Washington. Gli anni 60 negli Stati Uniti si aprono con l'elezione del candidato democratico John Fitzgerald Kennedy, il primo cattolico a entrare alla Casa Bianca e a 43 anni il più Giovane presidente nella storia americana. Il nuovo presidente ha conquistato la vittoria elettorale grazie al sostegno dei giovani, facendosi portavoce di ideali progressisti, ispirandosi alle politiche di Wilson e di Roosevelt. Nei suoi
discorsi ricorre spesso il tema di una nuova frontiera, non tanto materiale quanto spirituale a cui il popolo americano deve aspirare. In pratica la ricerca di un futuro più radioso per il Mondo sotto la guida ovviamente degli Stati Uniti. Nel suo discorso di insediamento, il 20 gennaio 1961 annuncia la sua intenzione di concentrarsi sui problemi interni del paese e di combattere le ingiustizie sociali. E in questa occasione che pronuncia la celebre frase: "Dunque, miei concittadini americani, non chiedete cosa il vostro paese può fare per voi, chiedete cosa potete fare voi per il vostro paese." Sul fronte
della Politica interna, Kennedy aumenta la spesa pubblica per finanziare le pensioni, le assicurazioni sociali, il salario minimo, i sussidi ai disoccupati e la costruzione di infrastrutture, scuole e ospedali. Parallelamente da un forte impulso ai programmi spaziali americani. Si impegna anche a promuovere l'integrazione raziale negli Stati del Sud, dove la discriminazione e la segregazione sono ancora una realtà molto radicata. In questi anni di Proteste e contestazioni segnati da Rosa Parks e dal Montgomery Bus Bicott, dal pastore Martin Luther King e dai Freedom Riders, Kennedy promuove una serie di riforme per evitare la segregazione abitativa e per
ribadire che non ci dovrà mai più essere differenza tra bianchi e neri negli Stati Uniti. In politica estera l'approccio di Kennedy appare ambivalente. Da un lato cerca il dialogo con l'URS, puntando a mantenere la pace e a distendere i rapporti con L'Est. Dall'altro però prosegue la politica di contenimento del comunismo e difende gli interessi americani nel mondo anche in modo spregiudicato. Un esempio di questa strategia è rappresentato dall'Alleanza per il Progresso, un ambizioso programma di aiuti finanziari destinati ai paesi dell'America Latina annunciato dal presidente il 13 marzo 1961. Il programma si concretizza nella conferenza di
Punta de Leste in Uruguay, Tenutasi dal 5 al 17 agosto 1961 e promossa dall'Organizzazione degli Stati americani. L'obiettivo dichiarato è promuovere la democratizzazione e superare il modello neocolonialista imposto all'America Latina, dalle multinazionali e dai precedenti governi statunitensi. Tuttavia il programma non trova piena realizzazione e gran parte dei finanziamenti viene persa per l'endemica corruzione sudamericana, vanificando in larga parte i risultati Attesi. Ma con chi dialoga Kennedy? Dal 1955 in Unione Sovietica, il potere era passato nelle mani di Nikita Kruschov, impegnato a promuovere una politica di distensione con l'occidente e a prendere le distanze dai metodi repressivi
di Stalin. Due grandi blocchi, due superpotenze e due leader destinati a incontrarsi. Il luogo Vienna, l'anno il 1961. Al centro del confronto una questione cruciale, la Germania e in particolare Berlino. Nel Giugno del 1961 i due leader si incontrano, ma il summit si rivela un disastro diplomatico. Kennedy sottovaluta Krusov, etichettato come contadinotto uino, mentre Krusov crede di poter manipolare il giovane inesperto presidente americano. Non certo le basi migliori per una collaborazione. Alla fine si discute solo della Germania. Gli americani vedono Berlin Ovest come parte integrante della Germania federale, mentre i sovietici Vorrebbero trasformarla in una
città libera. Il dialogo si arena anche perché alla situazione già complicata si aggiungono le crescenti preoccupazioni di sicurezza sovietiche aggravate dalle morragia di persone che continuano a fuggire verso l'occidente. Il vertice si chiude senza alcun risultato concreto e pochi mesi dopo i sovietici decidono di affrontare la questione a modo loro, come edificando un muro. Nella notte tra il 12 e il 13 agosto 1961 inizia la Costruzione di quello che passerà la storia come il muro di Berlino. Le linee della metropolitana vengono bloccate e i collegamenti interrotti. Nessuno può più passare nella parte ovest senza un
permesso. In breve tempo filo spinato, cavi ad alta tensione e muri di mattoni tagliano in due la città, attraversando scuole, palazzi e persino cimiteri. Poco dopo si aggiungono strutture di cemento e torri di guardia presidiate da vedette che hanno l'ordine di sparare a chiunque Tenti di oltrepassare il confini. Il muro eretto dai sovietici mette fine alle frequenti fughe da est a ovest, diventando immediatamente il simbolo della guerra fredda, rappresentando non solo la divisione della Germania e dell'Europa, ma anche quella dell'intero mondo e forse anche dello spazio. Infatti, proprio in questi anni, la corsa allo spazio,
una sfida tra scienziati statunitensi e sovietici e sostenuta da investimenti colossali da Parte dei rispettivi governi entra nel vivo. L'umanità volge lo sguardo verso le stelle, spinta da un mix di ottimismo, progresso, spirito pionieristico ed ex scienziati nazisti. Un sogno, infatti, reso possibile dalle tecnologie avanzate sviluppate inizialmente durante il secondo conflitto mondiale. Sono propri missili, ideati negli anni 40 e successivamente potenziati per trasportare ordini nucleari, a rendere Possibile l'idea di inviare prima satelliti e poi astronavi in orbita. Come in ogni campo, durante quegli anni la competizione tra USA e URS si accende rapidamente. Il primo
trionfo spetta ai sovietici. Il 4 ottobre 1957 lanciano in orbita lo Sputnik, il primo satellite artificiale. Gli Stati Uniti, battuti di pochi mesi, rispondono con l'Explorer inviato nello spazio nel gennaio del 58. Determinati a recuperare terreno, nello stesso anno fondano la NASA, pronti a Colmare il divario con i loro rivali. Tuttavia è ancora l'Unione Sovietica a segnare un'altra storica vittoria. Il 12 aprile 1961 Yuri Gagarin a bordo della navicella Vostock diventa il primo essere umano ad andare nello spazio e ad orbitare intorno alla Terra. Ma nonostante il palese vantaggio sovietico, la corsa allo spazio non
è ancora chiusa. Ma ai due giganti non basta contendersi Berlino o le stelle. Anche in America Latina la tensione Cresce rapidamente. Cuba, in particolare cattura la tensione di Washington, soprattutto dopo che la rivoluzione guidata da Castro e le successive campagne di nazionalizzazione avevano danneggiato gli interessi delle aziende statunitensi. Kennedy decide di affrontare la situazione, dato che dalla rottura delle relazioni diplomatiche fra Stati Uniti e Cuba nel 1961 l'aria si era fatta sempre più tesa tra i due stati. Il presidente decide di agire su Due fronti. Da un lato intensifica il boicottaggio economico contro l'Isola Caraibica
nella speranza di rovesciare il governo di Castro. Dall'altro sostiene attivamente una controrivoluzione appoggiando gruppi di esuli anticastristi. Il 17 aprile 1961 un gruppo di esuli anticomunisti sostenuti dagli americani e dai loro servizi segreti sbarca nella baia dei porci con l'obiettivo di scatenare un'insurrezione. Ma il piano si rivela Un disastro. In soli 3 giorni le forze armate cubane sconfiggono gli invasori. Con grande rammarico imbarazzo Kennedy si assume la piena responsabilità del fallimento dell'operazione. La tensione dopo gli avvenimenti della baia di porci è alle stelle. A complicare ulteriormente la situazione interviene l'Unione Sovietica che offre a Cuba
il supporto economico e militare e approfittando della crisi nell'autunno del 62 inizia segretamente a costruire Sull'isola basi di lancio per missili nucleari a media gittata, in grado di colpire il territorio nazionale degli Stati Uniti. Gli americani però monitorano attentamente la piccola isola ribelle e grazie agli U2 aeris spia di nuova generazione scoprono le manovre sovietiche. Kennedy decide quindi di ordinare un blocco navale intorno all'isola per bloccare l'arrivo delle navi militari sovietiche cariche di testate nucleari. Ha inizio la crisi dei Missili di Cuba. Per sé interminabili giorni il mondo trattiene il fiato temendo l'esplosione di un
nuovo conflitto tra le superpotenze. Questa volta un conflitto atomico. Alla fine Krusov ceda alle pressioni americane e ordina lo smantellamento delle basi missilistiche sovietiche a Cuba. In cambio però pone due condizioni: che gli Stati Uniti si impegnino a non attaccare Cuba e che i missili nato di spiegati in Turchia vengano ritirati. Dopo la Risoluzione della crisi dei missili di Cuba, la tensione tra superpotenze inizia gradualmente a diminuire e nel 63 Crusev e Kennedy firmano un trattato che mette al bando esperimenti nucleari nell'atmosfera. Sebbene gli esperimenti sotterranei meno dannosi continuino, l'accordo rappresenta un passo importante verso
la distensione. È importante ricordare, inoltre, come non tutti interrompono questo tipo di esperimenti. Cina e Francia, ad esempio, Continuano tranquillamente. Per entrambi i paesi il nucleare rimane una risorsa di estrema importanza strategica. USA e URS intensificano i contatti istituendo una linea diretta di telescriventi tra il Cremlino e la Casa Bianca, nota come la linea rossa. L'obiettivo è garantire una comunicazione immediata, capace di scongiurare il rischio di una guerra nucleare scatenata per mancanza di comunicazione o per errore. A dare una Svolta alla situazione è la fine dei due protagonisti che avevano animato il dialogo negli ultimi
anni. Il 22 novembre 1963 a Dallas il presidente degli Stati Uniti John Fitzger Gerald Kennedy viene assassinato da un cecchino mentre attraversa la città in auto. Larve Oswold viene arrestato come presunto esecutore materiale, ma il mistero che avvolge l'attentato rimarrà fino a giorni nostri. Questo tragico evento segna L'inizio di una serie di omicidi politici che caratterizzeranno tutti gli anni 60 negli Stati Uniti. In questa fase di estrema crisi e fragilità, il vicepresidente Lindon Johnson prende il posto di Kennedy, continuando molte delle politiche sociali avviate negli anni precedenti dal suo predecessore, ma all'orizzonte si preannunciano nuovi
e grandi problemi nel sudest asiatico. Anche a Mosca il clima è in fermento. Krusev ha interpretato il confronto fra I blocchi in una chiave sorprendentemente pacifista, convinto che la vittoria sarebbe appartenuta a chi fosse riuscito a garantire al proprio popolo uno stile di vita migliore, maggiore benessere e giustizia sociale. E secondo i suoi pronostici l'URS sarebbe stata in grado di raggiungere e persino di superare il livello di vita occidentale in meno di 20 anni. La realtà però è molto diversa e l'economia sovietica non è così solida Come Krusov immagina. proprio a causa del suo eccessivo
ottimismo. Nell'ottobre del 1964 viene sollevato da tutte le cariche di governo e sostituito da una troica formata da Leonid Bresnev, Alexei Kosigin e Nicolai Podgorni. Una nuova lotta per il controllo del partito inizia a Mosca. Finisce così un periodo caotico in cui il mondo è andato vicinissimo al conflitto termonucleare e in cui due grandi protagonisti sono usciti di scena. Ma mentre i titani Lottano, in oriente un'antica potenza è pronta a risorgere dalle ceneri, mentre gli usa vogliono intervenire per difendere i propri interessi. La nuova fase della guerra fredda ha già un nuovo teatro di sfida.
La guerra fredda è molto più di un semplice confronto fra USA e URS. È uno scontro globale dove ogni attore cerca di ritagliarsi uno spazio rompendo gli schemi predefiniti. E in questo panorama emerge un protagonista inaspettato. La Cina di Mao Zedong è decisa a seguire una strada propria sfidando sia l'occidente che l'Unione Sovietica. Sarà forse la Repubblica Popolare il punto di svolta della guerra fredda? La guerra fredda non è soltanto uno scontro tra due blocchi monolitici, capitalisti contro comunisti, con i paesi del terzo mondo che debolmente cercano di proporre un'alternativa. Come sempre la realtà è
più complessa e articolata. Tra gli attori che rompono gli schemi emerge la Cina comunista di Mao. Ma la naturale amicizia che ci si potrebbe aspettare tra due nazioni comuniste, Repubblica Popolare Cinese e Unione Sovietica, non è così scontata. MAO non solo rifiuta l'ordine bipolare USA URS, ma sostiene anche i movimenti rivoluzionari in tutto il mondo, proponendosi come guida dei paesi in via di sviluppo nella loro lotta contro l'imperialismo, a volte sostituendosi agli stessi sovietici. Pechino reclama insomma il diritto di Far sentire la propria voce sulla scena internazionale e ad intervenire nelle questioni che ritiene strategicamente
rilevanti senza l'influenza ingombrante di Mosca. Inoltre iniziano ad emergere profonde differenze ideologiche tra i due giganti comunisti. Con la destalinizzazione l'URS intraprende un percorso di apertura e moderazione, mentre la Cina sceglie di mantenere un approccio più radicale, enfatizzando i principi collettivistici del comunismo. Dagli anni 50 MAO nazionalizza buona parte dell'economia cinese e decide di investire molto nell'industria pesante. In questa fase la Cina viene ancora aiutata dall'URS che invia in soccorso tecnici sovietici per sostenere lo sviluppo industriale. Le riforme promosse da Pechino non si limitano all'industria, ma coinvolgono anche il settore agricolo e il mondo rurale.
Una scelta quasi inevitabile, considerando che negli anni 50 la maggior parte della Popolazione cinese è costituita da contadini. In questo periodo prende avvio la collettivizzazione dell'agricoltura e la redistribuzione delle terre agli agricoltori, cosa che porta alla nascita di moltissime piccole aziende agricole. Le famiglie contadine vengono inizialmente incoraggiate e successivamente obbligate a unirsi in cooperative controllate dallo Stato. Con questo sistema le autorità vogliono tentare di centralizzare e incrementare La produzione di viveri, una necessità imprescindibile, dato il rapido aumento della popolazione cinese. Rilanciare la produzione agricola dopo le devastazioni della guerra civile è una priorità. Nel maggio
del 58 MAO annuncia il grande balzo in avanti, un ambizioso piano per aumentare la produzione attraverso la razionalizzazione dei processi produttivi e il coinvolgimento della popolazione in un vasto sforzo collettivo. Per raggiungere questo obiettivo, le cooperative vengono forzosamente accorpate in unità più grandi, chiamate comuni popolari. Queste comuni devono essere in grado di produrre tutto il necessario per la vita quotidiana, comprese le macchine agricole e gli strumenti per la produzione. Pechino ha indicato la via, l'autosufficienza economica. I sovietici però non vedono di buon occhio il piano di Mao e per questo nel 1959 richiamano in patria
i Loro tecnici danneggiando la già provata economia cinese. Nonostante l'intensa propaganda per mobilitare la popolazione e il crescente controllo sulla vita quotidiana, l'esperimento del grande balzo in avanti è un totale fallimento. Pechino si vede costretta ad importare grandi quantità di cereali per far fronte alle necessità del paese. Ma è troppo tardi. La carestia scatenata da questa politica uccide tra il 59 e il 61, dai 10 ai 50 milioni di cittadini Cinesi. I sovietici sono sempre più irritati dal comportamento di Mao e dei suoi sostenitori. Di conseguenza non solo negano il loro appoggio alla nuova politica
agricola cinese, ma si rifiutano anche di aiutare Pechino nella costruzione di una nuova classe di sottomarini e nello sviluppo della bomba nucleare. Tuttavia, la Cina non si arrende. Nel 1964 riesce a costruire in maniera indipendenti il suo ordigno atomico, segnando una svolta nella sua Autonomia strategica. Ma anche le scelte in campo ideologico non piacciono molto a Mosca, che negli anni sarebbe arrivata persina ad accusare i comunisti cinesi di settarismo. Nonostante i vari tentativi, però, i sovietici non riescono a far condannare il maoismo dal movimento comunista internazionale. I cinesi, dal canto loro, accusano i sovietici di
revisionismo e di sottomissione all'imperialismo, arrivando a paragonare i nuovi leader Dell'URS ai vecchi ZAR che la rivoluzione aveva spodestato. La tensione tra i due paesi continua rapidamente a crescere per sfociare nel marzo 1969 in piccoli scontri armati sul confine fra la Siberia Sovietica e la Manciuria cinese lungo il fiumsuri, un confine stabilito nell'otento e in fase di ridefinizione in quegli anni complicati. L'Unione Sovietica cerca di ottenere una condanna delle azioni cinesi da parte Dei membri del patto di Varsavia, ma senza successo, anche a causa dell'opposizione della Romania di Ciaauescu. Nel frattempo le tensioni e gli
scontri tra la Manciuriia e la Siberia proseguono fino all'ottobre del 69, quando finalmente si giunge ad un accordo per ridefinire i confini. Ma la Repubblica Popolare non è così monolitica come ci si potrebbe aspettare e specialmente dopo i fallimenti del grande balzo in avanti si alzano voci Più moderate e meno stile all'URSA all'interno del Partito Comunista Cinese. Tra queste spicca quella del presidente della Repubblica Luu Shai. Per questo motivo Mao sente la necessità di rafforzare il suo controllo all'interno del partito. Tuttavia non dispone della forza necessaria per avviare una vera e propria campagna di epurazione
e decide quindi di adottare una strategia diversa. Nell'agosto del 66, durante il comitato centrale, MAO Incita i giovani comunisti a ribellarsi. La ribellione è indirizzata verso i vecchi dirigenti del partito che vengono accusati di essere revisionisti, controrivoluzionari, vicini al capitalismo ed ostacolo alla compiuta trasformazione della Cina in paese socialista. Dopo essersi assicurato anche il sostegno dell'esercito guidato da Linbiao, Mao dà il via alla vera e propria rivoluzione culturale. Tra il 18 agosto e il 25 novembre del 1966 Sono molte le manifestazioni che si tengono in piazza Tienan Man in supporto al leader cinese. I primi
a rispondere in massa all'appello di Mao sono gli studenti che danno vita alle guardie rosse, squadre di propaganda e indottrinamento a cui viene permesso quasi tutto, inclusa la violenza fisica e armata. Le guardie rosse, fedelissime a Mao, si scagliano con ferocia contro chiunque venga accusato di scarso fervore comunista o di essere colpevole Di imborghesimento. Molti degli accusati vengono deportati in campagna nei cosiddetti campi di rieducazione dove subiscono torture fisiche e psicologiche che in alcuni casi si rivelano fatali. Nemmeno le figure più influenti sono al sicuro dalla furia rivoluzionaria e persino lo stesso Lusha muore per
i maltrattamenti subiti in uno di questi campi. Nel loro operato le guardie rosse trovano ispirazione guida né le citazioni del presidente Maong, Conosciute anche come il libretto rosso. Questo testo in cui sono raccolti gli aforismi e i discorsi di Mao sono il riferimento ideologico fondamentale per il movimento. La mobilitazione raggiunge il suo apice tra il 1966 e il 1968. In questi 2 anni la rivolta giovanile, apparentemente spontanea, ma in realtà orchestrata dall'alto e ispirata all'ideologia di Mao, trasforma profondamente la società cinese, contestando ogni potere burocratico e Ogni autorità basata sulla competenza tecnica. Il paese precipita
nel caos, l'economia va a rotoli e le fratture interne si fanno sempre più profonde. Inoltre, alcuni rivali di Mao iniziano ad organizzare delle vere e proprie forze armate per difendersi. Di fronte a questa situazione, Mao decide di riportare l'ordine e nel settembre del 1968 istituisce i comitati rivoluzionari e ridimensiona il ruolo delle Guardie rosse. Questo permette all'esercito di Riprendere il controllo delle principali città della Cina, ristabilendo una parvenza di normalità. La rivoluzione culturale, ormai conclusa, ha però permesso a Mao di eliminare dai posti di comando i dirigenti ostili a lui e alla sua politica. Ma
cosa arriva all'occidente di questi profondi stravolgimenti interni alla Cina? Beh, ben poco. Le poche informazioni disponibili provengono dai racconti di viaggiatori o dai comunicati ufficiali Del governo cinese, spesso per nulla affidabili. Ed è anche per questo che Mao e il maoismo diventano un modello per molti studenti occidentali, ignari di ciò che sta accadendo dietro le quinte. Ma dopo quest'ultimo periodo di caos è arrivato il momento che la Cina si apra al mondo e che rompa l'isolamento in cui è caduta. Questa apertura avviene grazie alla politica estera delineata da Cho En and L, primo ministro cinese
dal 1949 e figura chiave Nel processo di stabilizzazione del paese. Considerando i pessimi rapporti con l'Unione Sovietica, CH decide di guardare altrove. Nove possibilità si aprono per la Cina. Il primo interlocutore diventano naturalmente gli Stati Uniti d'America. L'avvicinamento tra Pechino e Washington diventa possibile grazie alla politica di distensione promossa dal presidente statunitense Richard Nixon e all'abilazione diplomatica di Henry Krissinger, il suo assistente per la sicurezza nazionale. Già nel 1971 si iniziano a vedere i cambiamenti. Il 25 ottobre la Repubblica Popolare Cinese sostituisce Taiwan, ovvero la Repubblica di Cina, come membro permanente del Consiglio di Sicurezza
delle Nazioni Unite, cosa che senza l'assenso degli Stati Uniti sarebbe stata completamente impossibile. Ma la vera svolta avviene nel 1972, quando il presidente Nixon compie una storica visita a Pechino Infrangendo sia l'aura di isolamento della Cina, ma anche l'idea che Repubblica Popolare e Unione Sovietica fossero un blocco unico e indivisibile contro il capitalismo. L'arrivo di Nixon in Cina non è però casuale. Da ormai 20 anni, infatti, gli interessi occidentali si erano focalizzati su un piccolo staterello del sudest asiatico in cui gli americani si erano impantanati in una lotta che sembrava senza uscita. Stiamo parlando del
Vietnam. [Musica] La guerra fredda è un periodo in cui le due maggiori superpotenze mondiali intervengono militarmente in vari teatri, senza però mai scontrarsi direttamente. Ma pur non rischiando l'escalation nucleare, USA e URS sono prudenti nello scendere in campo. Ma perché tanta cautela? Perché basta un singolo errore di calcolo per ritrovarsi a combattere nelle giunghe del sudest asiatico in un conflitto ereditato da un Alleato sconfitto e abbattuto dalla decolonizzazione. Questa è la guerra del Vietnam. Le radici del conflitto risalgono agli accordi di Ginevra del 1954 che avevano diviso il Vietnam in due parti. Dopo la cacciata
dei francesi, il nord con capitale Hanoi, viene affidato ai comunisti guidati da HIM, leader cruciale nella lotta per l'indipendenza. Il Sud, invece, con capitale Saigon è posto sotto il controllo del regime Semi-tittatoriale di Nodindi DM, leader cattolico sostenuto dagli Stati Uniti che con questa mossa cercano di sostituire la forte influenza francese nella regione. Tuttavia il governo di Dem non gode del pieno sostegno della popolazione del Sud e per più volte è oggetto di tentativi di colpo di stato militari. Data la profonda impopolarità di Diem, autore anche di vere e proprie pulizie etniche ad anno dei
buddisti, fin da subito nasce il fronte di Liberazione nazionale, un movimento di resistenza al regime dittatoriale sostenuto dai comunisti e dal nord che conduce la sua lotta utilizzando tattiche di guerriglia. Sono nati Viet Kong. Negli anni 60 l'influenza dei comunisti continua a crescere non solo in Vietnam, ma in tutta l'Indocina. Preoccupati per la situazione, gli Stati Uniti decidono di intensificare il loro intervento nella regione. Già nel 1960 Washington integra gli aiuti finanziari Con gli equipaggiamenti militari e con l'invio di consiglieri strategici. Nemmeno con l'aiuto militare degli Stati Uniti che già durante la guerra di Indocina
avevano supportato i francesi e che nel 1955 avevano inviato i primi militari a supporto del Vietnam del Sud, riescono a fermare la guerriera dei Vet Kong, sostenuti dal Vietnam del Nord e dal mondo comunista. Così nel novembre del 1963 decidono di deporre un godin DM ormai screditato a causa delle continue Sconfitte, dell'impopolarità e della diffusa corruzione del suo governo per provare ad insediare un governo più efficiente. La mossa americana però fallisce e la guerra nella giungla del Vietnam continua più feroce che mai perché l'esercito del Vietnam del Sud si rivela totalmente incapace di gestire il
fronte. La situazione inizia a cambiare con l'arrivo alla presidenza di Lindon Johnson dopo la morte di Kennedy nel Novembre del 1963 che intensifica drasticamente l'impegno degli Stati Uniti nella regione. Per Washington la sconfitta dei comunisti diventa una priorità assoluta. Nel 1964, dopo l'attacco a due navi da guerra statunitensi nel Golfo del Tonchino, il presidente Johnson risponde ordinando bombardamenti su obiettivi militari nel Vietnam del Nord. Questi attacchi inizialmente limitati diventano sistematici a partire dal 1965. Il dominio dei cieli è in mano agli americani quando con l'arrivo l'8 marzo del 1965 della terza divisione dei Marines a
Danang, il tempo dei consiglieri militari, delle forze speciali e di altri aiuti simili è finito. Gli Stati Uniti scendono in guerra. Oltre alla campagna di bombardamento aereo, la più violenta dai tempi del secondo conflitto mondiale, gli scontri via terra si intensificano e davanti ai continui fallimenti sud Vietnamiti gli americani sono costretti ad aumentare sempre di più il loro impegno nella regione, tanto che nel 1966 la presenza militare americana nel Vietnam del Sud raggiunge quasi 400.000 uomini. Tuttavia, nonostante i bombardamenti e il massiccio contingente schierato, la forza dei Vietkong e del Vietnam del Nord non accenna
a diminuire. Considerando la situazione sempre più complessa, in soccorso dei Vietkong e del Vietnam del Nord arrivano Gli aiuti della Cina e dell'Unione Sovietica. I combattenti comunisti, così grazie anche al supporto della popolazione e alla conoscenza del territorio, continuano a resistere e a dar prova della loro forza. Per di più i Viet Kong si trovano a combattere contro truppe americane demoralizzate e in crisi profonda che non possono nemmeno contare sull'esercito del Vietnam del Sud, inaffidabile e infiltrato di simpatizzanti nemici. Gli statunitensi Sono in evidente difficoltà. Addestrati per combattimenti in campo aperto e per la guerra
meccanizzata sono spiazzati dalla guerriglia dei vet Kong che evitano gli scontri diretti e si mimetizzano nella giungla. Ogni villaggio conquistato dalle forze di Washington diventa un potenziale rifugio per unità nemiche. capace di confondersi facilmente tra i civili. Questa situazione esaspera il gigante americano portando a massacri indiscriminati, Frutto di frustrazione e dalla percezione di un nemico onnipresente. Le truppe americane sono costrette a muoversi in elicottero per colpa del terreno avverso e la guerra si configura come una continua missione di Search and Destroy, trova e distruggi. Non esiste un vero e proprio fronte, è una continua guerra
intorno a villaggi e luoghi fortificati sparpagliati per il Vietnam Sud. Inoltre, il presidente Johnson, non avendo a disposizione abbastanza uomini E dovendo far fronte alla penia di volontari, è costretto a chiamare la leva. Un provvedimento estremamente impopolare tra i giovani americani, insofferenti ad ogni limitazione delle proprie libertà. Per di più, diventando poco dopo casuale e a lotteria, è facilmente aggirabile dai figli di chi era abbastanza ricco e potente da manovrare le estrazioni. Nel tentativo di sconfiggere i comunisti, gli americani ricorrono a ogni mezzo, Arrivando persino a impiegare lanciafiamme e armi chimiche che, anche se non
vengono utilizzate direttamente contro i guerrilieri, avvelenano ogni cosa. I Viet Kong, la popolazione civile, l'ambiente e gli stessi soldati americani. Tra le principali armi chimiche utilizzate dagli USA ci sono il napalm sganciato dagli aerei americani per distruggere incendiari e le foreste che offrivano rifugio ai nemici della US Army. L'agente arancio, un defoliante Contenente di ossina utilizzato per eliminare la vegetazione e il gas lacrimogeno CS utilizzato per costringere i comunisti ad uscire dai loro nascondigli. Spesso reti di tunnel chilometrici che si fanno strada nel sottosuolo. Il morale delle truppe americane che entrano nel 1967, nonostante il
vantaggio tecnologico e materiale è ai minimi storici aggravato dal crescente dissenso in Occidente nei confronti della guerra in Vietnam. Molti Considerano la guerra un conflitto sporco, contraria alla tradizione democratica americana, ingiusta e insostenibile sia per i costi umani che per quelli economici. Johnson però non ha intenzione di cedere. Ma perché? Gli americani temono, in caso di sconfitta il cosiddetto effetto domino. Caduto il Vietnam in mano comunista cadranno anche i suoi vicini. Caduti i suoi vicini cadrà l'intero sudest asiatico. Caduto il sudest asiatico sarà A rischio l'intera Asia, continente in cui il numero di alleati americani
si iniziava a contare sulle punta delle dita di una sola mano. Il Vietnam del Sud, corrotto, brutale e impopolare, deve sopravvivere. Nel frattempo i movimenti contrari alla guerra in Vietnam aumentano sia in Europa che in America e si intrecciano con il più ampio movimento di contestazione giovanile degli anni 60. I giovani occidentali si ribellano contro la Società consumistica e le convenzioni sociali. Fondano le prime comunità IPI e iniziano a politicizzarsi sempre più. Proteste e sitin nelle università americane sono all'ordine del giorno e la Renitenza, alla leva si diffonde sempre di più. Tra i giovani che
rifiutano la chiamata alle armi ricordiamo il pugile Cassius Clay, meglio conosciuto come Mohamed Ali, che il 28 aprile 1967 rifiuta di arruolarsi. Il giorno dopo viene privato del titolo Di campione dei pesi massimi e incarcerato. Ecco le sue parole. La mia coscienza non mi permette di andare a sparare a mio fratello o a qualche persona più scura o a qualche povero affamato nel fango per la grande e potente America e sparargli per cosa? Non mi hanno mai chiamato. L'opinione pubblica e il movimento di protesta sono profondamente influenzati dalle fotografie e dai filmati dei fotoreporter che
si trovano sul campo in Vietnam, pubblicate sui giornali e trasmesse nelle televisioni di tutto il mondo. Queste immagini mostrano la cruda realtà di una guerra che colpisce duramente anche i civili. Il Vietnam è la prima guerra in mondione. Dopo un anno difficile per entrambi gli schieramenti, il gennaio del 1968 segna un punto di svolta. Nel momento di massimo sforzo bellico americano, i Viet Kong lanciano l'offensiva del Tet, il capodanno buddista, attaccando su tutto Il fronte e attivando ogni cellula disponibile nelle principali città del Vietnam del Sud. Pur non portando a significativi successi militari, l'offensiva spinge
Washington a riconsiderare il proprio impegno nel conflitto. L'attacco aveva dimostrato il fallimento americano nel creare un'alternativa credibile ai comunisti del Nord, visti da buona parte della popolazione del Sud come liberatori. Di fronte alla crescente pressione Dell'opinione pubblica, nel marzo 1968 il presidente Johnson decide di interrompere i bombardamenti sul Vietnam del Nord e poco dopo annuncia che non si sarebbe ricandidata alle elezioni. E la guerra? La guerra non finisce. Per assistere all'avvio dei negoziati ufficiali con il Vietnam del Nord e con il governo provvisorio, rappresentante politico dei Viet Kong, si deve aspettare Richard Nixon, presidente eletto
nel novembre del 1968. La sua politica nei confronti del sudest asiatico è nota come vietnamizzazione, ovvero lasciare ai sud vietnamiti la gestione del conflitto con un graduale ritiro americano. Mentre da un lato Nixon avia negoziati per la pace, dall'altro non si arrende di fronte alla presenza comunista in indocina. Infatti, se è lui ad avviare il ritiro delle truppe americane, continua in ogni caso ad addestrare l'esercito del Vietnam del Sud e amplia il teatro delle operazioni Militari intensificando l'offensiva contro Laos e Cambodia. Questi erano stati bombardati negli anni precedenti per tagliare la strada che permette l'arrivo
dei rifornimenti ai Viet Kong, nota come sentiero di Ociimin in Cambodia la situazione è già estremamente tesa anche senza gli americani. Infatti, dal 1968 nelle campagne si era sviluppato un movimento di guerriglia comunista, noto come Rossi. E nel 1970 il reom Sianuk, che Aveva cercato di mantenere il paese fuori dal conflitto in Vietnam, viene deposto da un colpo di stato guidato dallon nul e sostenuto dagli Stati Uniti. Quindi, quando Nixon decide di intervenire, la precaria situazione interna al paese non può far altro che peggiorare. La crescente pressione dell'opinione pubblica e i deludenti risultati sul campo
spingono Nixon nel gennaio del 1973, dopo un ultimo devastante bombardamento su AOI, a Firmare un accordo con i nord vietnamiti a Parigi. L'intesa prevede il cessate, il fuoco e il ritiro graduale degli americani dalla regione. Il 29 marzo 1973 le ultime truppe della US Army lasciano il Vietnam del Sud. Intervento diretto americano nella regione a fine. Si deve però aspettare il 30 aprile 1975 per la conclusione definitiva del conflitto. È in questa data che i Viet Kong entrano a Saigon, capitale del Vietnam del Sud. I membri Dell'ambasciata americana rimasti sono costretti ad abbandonare precipitosamente la
città. Insieme a loro migliaia di sud vietnamiti compromessi con gli americani cercano disperatamente di lasciare il paese. Un'uscita di scena drammatica e gloriosa per gli Stati Uniti con gli elicotteri che decollano in fretta dai tetti dell'ambasciata americana. Nel frattempo la situazione di caos trova una conclusione anche nel resto Dell'Indocina. In Laos, grazie agli accordi di Parigi del 1973, si raggiunge un'intesa tra le forze non comuniste e quelle di sinistra, portando la formazione di un governo di unità nazionale nel 1974. L'anno successivo, nel 75, il re abdica e viene proclamata la Repubblica Democratica Popolare. In Cambodgia,
invece la guerra continua dal 1970 al 1975, fino a quando gli Rossi di Paul Pot, con L'appoggio dei nord vietnamiti e del Viet Kong, si impadroniscono del potere rovesciando il regime filo americano di Lon. La guerra fredda ha attraversato anche l'Indocina, lasciandosi alle spalle oltre 3 milioni di morti tra Vietnam, Laos e Cambodgia. è una macchia indelebile sul prestigio della superpotenza americana. Un gruppo determinato di contadini vietnamiti era riuscito a mettere in ginocchio l'esercito più potente al mondo, la US Army. Con meno di 60.000 morti, gli Stati Uniti si ritirano dall'Indocina senza a vedere realizzato
il temutissimo effetto domino asiatico che aveva motivato il loro intervento fin dall'inizio. Ma le ferite del Vietnam rimangono impresse nella coscienza del popolo americano che dopo questa sconfitta vede i suoi alleati di sempre cambiare davanti i propri occhi. L'occidente, dopo il Vietnam non sarà mai più lo stesso. [Musica] Gli anni 60 e 70 rappresentano un momento di trasformazione per l'Europa occidentale, un periodo di benessere e stabilità, ma anche di proteste e grandi cambiamenti sociali. Mentre il tenore di vita migliora, le nuove generazioni scendono in piazza sfidando autorità e tradizioni. Ma quali saranno le conseguenze di
questaondata di cambiamento sul futuro del continente? Con l'inizio degli anni 60 l'Europa Occidentale vive un periodo di relativa prosperità e pace con un generale miglioramento del tenore di vita. Tuttavia questa è anche l'epoca delle proteste giovanili che scuotono le fondamenta della società tradizionale. Le contestazioni giovanili di quegli anni si ispirano spesso all'ideologia marxista o ai modelli terzomondisti. Questi movimenti si oppongono all'autoritarismo che considerano un tratto distintivo delle società Industriali avanzate e all'imperialismo percepito come una forma di oppressione globale. Non è un caso che in questo decennio i movimenti socialisti conoscano un grande sviluppo, arrivando a
governare da soli o con l'appoggio di altre forze politiche in molti dei principali paesi europei. Sul continente, dopotutto, soffia il vento del cambiamento. In Gran Bretagna, dal 1964 al 1970, il governo è guidato dai laburisti di Harold Wilson, che deve Affrontare una situazione economica tutt'altro che favorevole. L'economia inglese non è forte come un tempo e Wilson è costretto a introdurre un'impopolare politica di austerità che prevede anche tagli alla spesa pubblica. Questo lo porta a scontrarsi con le Trade Unions, i sindacati inglesi, soprattutto per la richiesta rivolta agli operai di limitare le rivendicazioni salariali e gli
scioperi. A queste difficoltà economiche si Aggiungono le complicazioni legate al disimpegno dai resti dell'Impero Britannico che si sta continuando a sgretolare. L'abbandono di territori come Singapore e Aden nello Yemen sono l'ennesimo capitolo della decolonizzazione dell'impero. Non solo, anche nel Mediterraneo, teoricamente più vicino e più facile da gestire, Londra abbandona il campo. L'isola di Cipro, occupata dagli inglesi da quasi un secolo, nel 1960, con i Trattati di Zurigo, diventa indipendente. Gli inglesi sono costretti a ritirarsi anche da Malta, dove la vittoria elettorale del Partito nazionalista nel 62 consente alla maggioranza parlamentare di proclamare l'indipendenza. Tuttavia è
solo il 21 settembre 1964 che si concludono le trattative con Londra, portando alla nascita ufficiale dello Stato di Malta. Ma in questi anni tumultuosi le preoccupazioni del governo inglese non Si limitano all'economia e al disimpegno dalle colonie. Due punti fondamentali si aggiungono all'agenda politica, la questione irlandese e l'integrazione nella Comunità Europea. Le radici della questione irlandese affondano nel X secolo con l'atto di unione del 1801 che sancisce la nascita del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda. Fin dall'inizio però gli irlandesi non sono per niente ben disposti nei confronti di quella che è percepita come
un'occupazione Militare. Nel 1921 le forze nazionaliste irlandesi supportate dallo Shinfein riescono a strappare la promessa di indipendenza e lo status di dominion a Londra. Tuttavia per colpa delle divisioni religiose non è un processo facile o tantomeno veloce. È solo nel lunedì di Pasqua del 1949 che l'Irlanda diventa una repubblica completamente indipendente. Sei conte dell'Alster rimangono invece parte del Regno Unito, formando l'Irlanda del Nord. Ed è Proprio nelle contée dell'Alster, alla fine degli anni 60 in cui la minoranza cattolica irlandese, discriminata e maltrattata dalla maggioranza protestante, dà vita ad un movimento terroristico di stampo nazionalista. Questi
terroristi combattono sotto il nome di IRA, Irish Republican Army. Le manifestazioni, gli attentati e gli scontri continuano sia in Irlanda che in Inghilterra. Nel 1969 la tensione è talmente alta che a Belfast viene Addirittura costruito un muro che separa il quartiere cattolico da quello protestante. Il culmine della tensione si raggiunge il 30 gennaio 1972 a Derry, quando i soldati britannici durante una manifestazione aprono il fuoco sulla folla. uccidendo 13 dimostranti. Questo tragico evento passerà alla storia come Bloody Sunday. Di fronte all'escalation di violenza, Londra decide di sospendere il Parlamento e il governo dell'Irlanda del Nord
e prendere il controllo diretto Della situazione. Inoltre, invia un numero sempre maggiore di truppe britanniche nella regione per ristabilire l'ordine e contrastare il terrorismo di matrice irlandese. Mentre la questione irlandese turba la politica interna, l'Europa chiama. Il dilemma per i politici inglesi è semplice aderire o no alla Comunità Economica Europea? Nel 1967, sotto la pressione degli ambienti imprenditoriali, il premier Wilson abbia i negoziati per l'ingresso del Regno Unito nella CE. Tuttavia è solo nel 1972 con un governo conservatore che il regno di Elisabetta II entra ufficialmente nella Comunità economica Europea. L'ingresso del Regno Unito insieme
a Irlanda e Danimarca non riesce comunque a rilanciare il processo di unificazione. Sul continente, infatti, permangono forti nazionalismi e rilevanti problemi interni. Neanche la Germania occidentale è immune alle difficoltà. Qui nel 1966 i cristiano Democratici perdono il loro storico monopolio politico anche a causa della situazione economica non così florida come in passato. Incapaci di trovare un accordo con i liberali, i cristiano democratici decidono di rivolgersi a sinistra formando una coalizione con i socialdemocratici di Willy Brant. Nasce così un nuovo governo di coalizione chiamato a fronteggiare sia la ripresa della destra al neonazista sia le proteste
giovanili del 68. In questi Anni, nella Repubblica Federale Tedesca, i giovani contestano soprattutto le misure repressive messe in campo dal governo e accusano la stampa di essere controllata dai partiti e dagli esponenti della destra. Questi sono anni di fermento in cui nascono molte organizzazioni politiche che non trovano posto tra i banchi del Parlamento e che per questo vengono chiamate extraparlamentari. Nel 1969, con il progressivo Affievolirsi della contestazione giovanile e i segnali di ripresa economica, i socialdemocratici decidono di rompere la coalizione con i cristiano democratici e formare un'alleanza con i liberali. Cambia la coalizione, ma non
il protagonista. Willy Brent rimane una figura centrale nel governo e imprime una svolta alla politica estera della Germania occidentale. Questo è reso possibile anche grazie al sostegno del liberale Walter Shei vicecancelliere e Ministro degli Esteri. I due lavorano per normalizzare i rapporti con la Germania orientale e con i paesi del blocco comunista, riportando al centro del dibattito la questione di una possibile riunificazione delle due Germanie. Tuttavia lo fanno mantenendo salda la fedeltà all'ortodossia atlantica. Questa politica diventa nota come host politique, politica dell'Est. Brant e Shill partono dalle basi, si impegnano a ristabilire rapporti Diplomatici con
i paesi comunisti, riconoscendo i confini stabiliti alla fine della Seconda Guerra Mondiale e riprendendo il dialogo con i tedeschi della Deder. A Occidente, invece, la Francia è uno dei pochi paesi in cui in questi anni i socialisti non riescono in un modo o nell'altro a governare. The Goal e i gruppi che a lui fanno riferimento mantengono saldo il controllo della situazione politica. Ma nonostante la Forza del presidente, in Francia il movimento studentesco si sviluppa con grande forza e il paese non passa anni sereni. Cambiando il tradizionale impegno rivoluzionario con nuove forme di lotta antiautoritarie, la
gioventù francese scende in piazza. Nel maggio del 68 si scatena anche una vera e propria guerriglia urbana e studenti e poliziotti si scontrano nelle strade del quartiere Latino di Parigi. La situazione politica e sociale è Estremamente complessa, ma The Gole reggia la crisi almeno fino al 1969. Dopo essere stato sconfitto in un referendum sulle autonomie locali, infatti si dimette. Nel giugno del 1969 George Pompidou, uomo fedele di De Gol, viene eletto presidente della Repubblica. Pur continuando la linea politica del generale, Pompidù si dimostra più moderato e pragmatico, per esempio rimuovendo il veto che impediva la
Gran Bretagna di entrare a far parte Della C. A maggio del 1974, dopo la morte di Pompidou, il liberale Valerigi Scardesté viene eletto presidente della Repubblica sconfiggendo il socialista Franami Teran grazie al sostegno dei gollisti. Più pragmatico rispetto al generale De Gol, Ghiscar de Stè avvia un riavvicinamento ai paesi occidentali. Tuttavia il suo mandato è segnato da una situazione politica interna particolarmente tesa, dovuta all'emergere delle forze di sinistra. Il Periodo tra anni 60 e 70 vede l'ascesa di governi socialisti in quasi tutta l'Europa. Gli americani osservano con attenzione, consci del rischio al di là della
cortina di ferro. Ma se in Europa occidentale il 68 è passato portando così tanti cambiamenti, cosa sta succedendo al di là del muro? Nel cuore dell'Europa orientale l'Unione Sovietica si erge a guida indiscussa del blocco socialista, ma non è tutto immobile come sembra. Rivolte, tensioni E cambiamenti interni mettono in discussione la stabilità di un sistema che sembrava granitico. Krushov ha fatto il suo tempo. È l'ora di forze nuove a Mosca. Chi prenderà però il pesante fardello del comando e fino a dove è disposta a spingersi l'URSA per mantenere il controllo sui suoi alleati. Nel 1964
Nikita Kruschov, al potere dal 1955, è colpevole di non essere riuscito ad espandere l'influenza sovietica, viene destituito. La guida del paese Passa quindi a una troica, un collegio di tre ex collaboratori chiamati a guidare temporaneamente l'Unione. Leonid Bresnev assume la carica di segretario del Picus. Michael Suslov diventa il principale riferimento ideologico e Alexei Cosigin prende le redini del governo. Tuttavia E Bresne va a imporsi gradualmente come figura dominante, pur mantenendosi fedele alla linea politica di Krusv. Anche se l'indirizzo politico di facciata sembra essere lo stesso, i Metodi di Bresnev cambiano. In questi anni si assiste
al ritorno di pratiche di stampo staliniano con una dura repressione del dissenso, brutalità contro i nemici interni e una rigida censura nei confronti degli intellettuali. In campo economico viene varata una riforma che concede alle imprese maggiori margini di autonomia, bilanciata però da un più stretto controllo del potere centrale sui settori produttivi. Si investono anche Molte risorse sull'industria pesante a scapito delle condizioni di vita della popolazione. In politica estera, almeno fino alla metà degli anni 70, prosegue la distensione nei rapporti con l'occidente e i paesi dell'Europa dell'Est, mentre i contrasti con la Cina si fanno sempre
più aspri. In Europa, però, nonostante il clima di distensione, la situazione è tutt'altro che tranquilla. Due Stati europei stanno per entrare in conflitto con la nuova Dirigenza sovietica, Romania e Cecoslovacchia. Due nazioni, due popoli, due destini profondamente diversi. In Romania il re Michele aveva abdicato il 30 dicembre 1947 e nel 48 il paese era diventato ufficialmente una repubblica popolare la cui economia pianificata si concentrava sullo sviluppo dell'industria pesante. Stretta alleata dell'Unione Sovietica, la Romania aveva aderito al Comecon e nel 1955 al patto di Varsavia. Nel 1965 Nicolae Caocescu Diventa segretario generale del Partito Comunista e
instaura una dittatura personale. Poco dopo, nel 67, assume anche il ruolo di presidente del Consiglio di Stato, consolidando il suo potere. Ciaoescu mantiene una certa autonomia dall'Unione Sovietica, sia nelle scelte economiche che nella politica internazionale, evitando, ad esempio, una partecipazione attiva al patto di Varsavia. I leader sovietici tollerano in ogni caso il suo Atteggiamento, dato che non mina realmente la struttura del Partito Comunista rumeno, né i principi fondamentali del comunismo. Ben diverso è l'atteggiamento dei sovietici nei confronti della Cecoslovacchia che sperimenta tutta la forza di repressione di Mosca. Ma cosa è accaduto a Praga dalla
Seconda Guerra Mondiale in poi? Il Partito Comunista aveva consolidato il potere dal 1948 estromettendo i non comunisti dal governo e la situazione si Mantiene stabile fino al 1968 quando Antonin Novotni, primo segretario del comitato centrale del Partito Comunista dal 1951 e presidente della Repubblica dal 57, viene rimosso da tutte le sue cariche a causa di pressioni interne ed esterne. Al suo posto, nel gennaio del 1968 viene nominato primo segretario del Partito Comunista, Alexander Dumcheck. Leader innovatore, gode del sostegno di gran parte dell'opinione pubblica, inclusi operai, studenti e Intellettuali. Con lui ha inizio un periodo nuovo
e di rinascita, la primavera di Praga. Già nell'aprile del 1968 emergono segnali di cambiamento. Il Partito Comunista approva un programma che mira a conciliare il mantenimento di un sistema economico socialista con l'introduzione di elementi di pluralismo economico. Ma Dubche non si limita solo all'economia e insiste anche per tentare di diffondere pluralismo politico, libertà di stampa e libertà di opinione. Per questo, fra la primavera e l'estate del 1968, la Cecoslovacchia è in grande agitazione. Nel frattempo iniziano ad emergere anche segni di rinnovato autonomismo slovacco. C'è però un punto che non viene mai messo in discussione durante
l'intero processo riformatore, la posizione della Cecoslovacchia all'interno del sistema di alleanze sovietico. Basterà Mosca per lasciar stare il piccolo paese dell'Europa centrale? No, nonostante tutto l'Unione Sovietica non può permettere che il modello cecoslovacco si diffonda, rischiando di contagiare anche altri paesi del blocco. Dopo un primo infruttuoso tentativo di arrestare il processo di liberalizzazione economico-sociale, Mosca decide di passare alle maniere forti. Nella notte del 21 agosto le truppe sovietiche, insieme a quelle di altri paesi del patto di Varsavia, come Germania Est, Polonia, Ungheria e Bulgaria, occupano Praga. Il governo cecoslovacco invita a non opporre resistenza e
lo stesso giorno dell'invasione Dupcheek e i ministri del suo governo vengono arrestati dalle truppe dell'Armata Rossa. L'invasione sovietica è un successo militare, ma la popolazione cecoslovacca scende in piazza per manifestare contro questo attacco. L'intervento di Mosca non è in aiuto del governo e del Partito Comunista di Praga. è una vera e propria Occupazione. Anche la comunità internazionale, inclusi paesi come Cina, Romania e Jugoslavia, condanna duramente le azioni dell'URS. Ma non solo. La maggior parte dei partiti comunisti occidentali, compreso quello italiano, rimane non ridita di fronte alle azioni dei sovietici. Lo stroncamento della primavera di Praga
segna un punto di svolta per il comunismo in Europa e nel mondo. La situazione in Cecoslovacchia continua ad evolversi. Dubcheck, dopo un Periodo di detenzione viene liberato, ma deve accettare comunque che nel suo paese rimangano le truppe sovietiche e i sovietici non si limitano ad occupare militarmente il paese. Nel giro di qualche mese riescono a cambiare i rapporti di forza all'interno del Partito Comunista Cecoslovacco che fino ad allora era rimasto fedele a Dubche. Nell'aprile del 69 Gustavo Usac diventa il nuovo segretario del partito, mentre Dubche viene allontanato insieme ai suoi Collaboratori. Gli intellettuali che avevano
partecipato alla primavera di Praga si trovano costretti a fuggire dal paese o a interrompere ogni forma di militanza che non fosse legata all'ortodossia sovietica. L'URS ha riacquistato il controllo della Cecoslovacchia soffocando sul nascere qualsiasi tentativo di diffusione di idee liberali nel blocco sovietico. Ma il prezzo pagato è stato molto alto. Tutti i principali partiti comunisti Occidentali, fino a quel momento fedeli alla linea, iniziano ad allontanarsi dal mondo sovietico. L'Unione Sovietica è sempre più isolata, eppure qualcosa continua a muoversi nelle repubbliche popolari. Dopo Romania e Cecoslovacchia è il turno di un'altra ribelle, sempre presente quando si
tratta di disordini in Europa orientale, la Polonia. Nel dicembre del 1970 gli operai di Danzica e di Stettino scendono in piazza contro le politiche economiche promosse da Vladislav Gomulka a capo del Partito Comunista Polacco e la protesta assume ben presto le dimensioni di una vera e propria insurrezione che viene risolta solo quando Gumulka viene allontanato dal potere e i salari aumentati. Un'altra vittoria per i riottosi cittadini della Polonia. Si avvera così la dottrina Bresnev, la politica del leader sovietico presentata il 13 novembre 1968, pochi mesi prima, di stroncare la primavera di Praga. In Sostanza nessuna
apertura verso il capitalismo. Il socialismo difenderà i suoi interessi nelle nazioni del blocco orientale. Ma mentre Bresnev con la sua nuova dottrina e alle prese con le questioni interne all'Europa, la guerra fredda si riaccende. Non sembra infatti esserci pace per il Medio Oriente. Nel cuore del Medio Oriente si intrecciano scontri ideologici, religiosi e geopolitici. Qui, tra conflitti armati e alleanze Fragili, prende forma una delle più intricate battaglie della guerra fredda. Israele, sostenuto dagli Stati Uniti e i paesi arabi appoggiati dall'Unione Sovietica, sono pronti a tutto. Come cambiano i confini della regione dopo il conflitto del
1967? Come si arrivate alla guerra dello Yonke Pur? Quali saranno i nuovi equilibri in Medio Oriente? Negli anni 60 il Medio Oriente in fermento, diviso tra le ostilità dei paesi arabi e lo stato Sionista, è trasformato in un campo di scontro tra superpotenze, l'Unione Sovietica, che sostiene l'Egitto, e gli Stati Uniti, grandi alleati di Israele. E con queste premesse lo scontro è sempre dietro l'angolo. A dar fuoco alle polveri nel 1967 è il presidente egiziano Gamal Abdel Nasser. Il 19 maggio Nasser chiede che i caschi blu posizionati lungo la frontiera del Sinai vengano ritirati e
il 22 maggio impone un blocco degli stretti di Tiran, Chiudendo il traffico marittimo nel Golfo di Akaba, essenziale per gli approvvigionamenti israeliani. Per di più Nasserra ha potenziato le sue alleanze. La Giordania infatti è allineata al volere egiziano. Inoltre la Siria, velatamente ostile a Israele sta preparando in quel momento un grande progetto per deviare le acque del fiume Giordano. che avrebbe condannato alla penuria idrica la nazione israeliana. Per questo il 5 giugno, a sorprese e Senza una dichiarazione di guerra, Israele decide di agire lanciando un attacco preventivo contro l'Egitto, distruggendo con un potente re aereo
l'aviazione di Nasser ancora a terra. Nel caos generale inizia così l'ennesima guerra araboisraeliana. In soli 6 giorni Israele occupa la parte araba di Gerusalemme, controllata dalla Giordania, le alture siriane del Golan e Gazza e il Sinai controllate dall'Egitto. Il 7 giugno il consiglio di Sicurezza dell'ONU esige un cessate il fuoco. Tra l'8 e il 9 giugno terminano le ostilità. La guerra ribattezzata rapidamente dei 6 giorni è finita. Gli arabi subiscono più di 30.000 perdite, mentre gli israeliani solo poche centinaia. Una sconfitta devastante, ma non è finita qui. Sono più di 400.000 palestinesi che sono costretti
a fuggire dall'occupazione israeliana e a rifugiarsi in Giordania o in altri paesi arabi vicini. Dopo questa sconfitta, Nasser abbandona la sua politica Panaraba e gli altri stati della regione, con la Giordania in testa adottano un atteggiamento molto più prudente e moderato. Le prime discussioni sulla pace iniziano a fine giugno con un primo incontro tra il presidente statunitense Lyndon Johnson e il primo ministro sovietico Alexei Kosigen. Mosca propone il ritiro immediato di Israele dei territori occupati, mentre Washington lo Condiziona ad una trattativa di pace tra arabi e israeliani. Queste due posizioni vengono sintetizzate nella risoluzione dell'ONU
approvata il 22 novembre dal Consiglio di Sicurezza. La risoluzione pone due condizioni fondamentali per la pace: il ritiro degli israeliani dai territori occupati e il riconoscimento e il rispetto della sovranità, dell'integrità territoriale e dell'indipendenza degli stati della regione. Si cerca anche una soluzione Allo spinoso problema dei rifugiati palestinesi. Israele non è molto favorevole all'applicazione della risoluzione e pretende che il ritiro delle sue truppe venga solo a trattato di pace concluso. Ma non sono gli unici ad impuntarsi. Anche gli arabi si irrigidiscono sulle loro posizioni, accentuando molto i propositi di resistenza e rivalsa. È naturale che
questa situazione degeneri in una nuova forma di lotta basata per le pochissime Risorse su terrorismo e guerriglia. Le principali formazioni della resistenza contro Israele e della diaspora palestinesi si riuniscono nell'organizzazione per la liberazione della Palestina fondata nel 1964. L'OLP è un movimento nazionalista. Laico e con una marcata tendenza marxista che sostiene la necessità di distruggere Israele per garantire la libertà ai palestinesi. Molte sue basi si trovano in stati confinanti con Israele come la Giordania e il Libano. In tutta risposta l'esercito israeliano inizia dal febbraio del 68 ad attaccare le basi dell'OLP negli Stati confinanti in
risposta alle azioni terroristiche dei membri dell'organizzazione i fedain. La situazione non può reggere in eterno. In Giordania nel 1970 si giunge al punto di non ritorno. Dopo un tentativo di assassinio del re di Giordania Hussein e dopo gli ennesimi attacchi terroristici contro aerei occidentali, Hamman decide Di intervenire contro i ribelli palestinesi presenti sul proprio territorio e il settembre nero. Le truppe giordane vengono mobilitate sia contro i ribelli che contro le organizzazioni palestinesi. Queste vengono espulse dal paese, costrette a rifugiarsi in Sirio o in Libano. Tuttavia questa nuova diaspora non ferma l'olp nelle sue azioni. Nel
1972 i palestinesi compiono un attacco clamoroso colpendo gli atleti israeliani Durante le Olimpiadi di Monaco. Nonostante tutto sembri promettere un nuovo scontro tra il 1967 e il 1973 i vari contendenti cercano di fare pace nonostante i continui incidenti lungo i diversi confini. La situazione cambia quando i successori di Nasser, morto il 28 settembre 1970, Anvar Sadat, decide di voler riconquistare il Sinai. Sadat è così determinato a recuperare le perdite territoriali della guerra dei 6 giorni che arriva a cacciari sovietici alleati Di sempre nell'estate del 72, quando questi rifiutano di inviare nuovi aiuti militari in vista
di un nuovo conflitto. Senza più il supporto sovietico, ma carichi di desiderio di vendetta, il 10 settembre 1973 Siria, Egitto e Giordania iniziano a pianificare un attacco contro Israele. La data prefissata è il 6 ottobre, giorno dello Yonki Pur, una delle festività più importanti della tradizione ebraica. La speranza era di cogliere alla sprovvista la Zaal, L'esercito israeliano. Ed è proprio ciò che accade. Il 6 ottobre 1973 le truppe egiziane attaccano a sorpresa attraverso nel canale di Suez e avanzano nel Sinai sconfiggendo le truppe di stanza. Israele è preso completamente alla sprovvista, ma anche grazie ai
massicci aiuti militari statunitensi riesce a respingere le forze nemiche fermando l'offensiva. Come nelle guerre precedenti, l'ONU interviene imponendo un cessato il fuoco il 22 ottobre e Ribadendo la richiesta di attuare la risoluzione approvata alcuni anni prima. Sebbene l'azione non abbia portato risultati concreti sul piano militare per l'Egitto, poiché il Sinai non viene riconquistato, riesce comunque a scalfire il mito dell'invincibilità israeliana, dato che l'esercito israeliano è stato più volte sconfitto sul campo. Il risultato della guerra non è comunque decisivo. Israele per la prima volta è costretto a cedere ai Territori conquistando però un altro pezzo del
canale di Suez, uno strano risultato di una guerra che aveva messo in seria difficoltà la nazione ebraica. Ancora una volta, fin da subito, si avviano sforzi per raggiungere la pace con il segretario di Stato americano Henry Kissinger in prima linea. Grazie a un'intensa attività diplomatica, Washington riesce a convincere gli Stati arabi e il governo israeliano a impegnarsi in un percorso di trattative Graduali, noto come la diplomazia dei piccoli passi. Ma la crisi continua del Medio Oriente in un mondo sempre più collegato, non può passare in maniera indolore. Le risorse e non i cannoni avranno l'ultima
parola.