ogni anno introduciamo nel mondo più di 100 miliardi di nuovi capi d'abbigliamento e ogni secondo un camion pieno di tessuti e bruciato buttati in discarica dove nella maggior parte dei casi impiegherà più di un secolo per biodegradarsi ma i costi nascosti del nostro abbigliamento non sono solo legati agli sprechi i capi sono nella maggior parte dei casi confezionati da milioni di lavoratori tessili sottopagati e spesso sfruttati senza diritti né tutele grandi responsabilità lì al mercato del fast fashion industria dell'abbigliamento che produce collezioni ispirate all'alta moda rinnovata in tempi brevissimi e vendute a prezzi bassi il
fashion oggi vale 36 miliardi di dollari e ci si aspetta che nei prossimi decenni non far altro che crescere ma come è nata questa industria e soprattutto come siamo arrivati a questo punto [Musica] a un certo punto qualche secolo fa ci siamo resi conto di una cosa potevamo metterci vestiti che non erano stati cuciti apposta per noi le radici del fast fashion portano proprio qui al 1600 in europa in america iniziano ad aprire i cosiddetti sullo shop negozi di abbigliamento economico è pronto per essere indossato si tratta perlopiù di uniformi del lavoro infatti il nome
slot letteralmente sbobba lusa la marina militare britannica per riferirsi ai vestiti che possono essere indossati al posto dello in forma ufficiale negli slot shop però si vedono anche vestiti di seconda mano comprati spesso da contadini e membri della classe media che non hanno il tempo la disponibilità economica per farsi cucire vestiti su misura gli slot shop non hanno niente a che fare con il fast food di oggi però segnano l'inizio del suo percorso di fondone normalizzano l'idea di comprare vestiti preconfezionati prima dell'ottocento la maggior parte delle persone per vestirsi faceva ancora affidamento a una catena
di produzione è lenta e costosa ma la rivoluzione industriale introduce le macchine tessili e quindi le fabbriche e il ciclo della moda prende velocità progettata per la prima volta nel 1846 la macchina da cucire aiuta a ridurre i tempi e il costo della manodopera così in piccole aziende di sartoria iniziano a produrre per la classe media abbigliamento confezionato sfuso non di marca in una gamma di taglie anziché su ordinazione le persone meno abbienti però continuano a produrre i propri vestiti oppure a comprarli o riceverli usati le fabbriche di abbigliamento e le case di moda aumentano
ma per i primi decenni del novecento la maggior parte dei vestiti già confezionati sono prodotti in piccoli laboratori artigianali durante la seconda guerra mondiale però i governi impongono improvvisamente un razionamento delle stoffe cioè c'è un limite a quanto stoffa si può comprare la necessità di risparmiare stoffa porta chi produce vestiti ad accorciare gli orli delle gonne e a cucire le sedi dai tagli più dritti ed essenziali si diffonde quindi uno stile austero e militare quasi a voler solidarizzare con gli uomini al fronte questa nuova moda di linee semplici pro consente di partire con una produzione
standard di massa per capi essenziali e così la classe media si abitua sempre di più a comprare vestiti prodotti in serie nello stesso momento in cui nascono i supermercati e cercano di rendere il cibo più accessibile democratico nascono anche compagnie tessili con una missione simile non durerebbe city a basso prezzo e democratizzare l'abbigliamento l'idea che tutti possono vestirsi dignitosamente con meno la prima catena di fast fashion ad aprile h m in svezia nel 1947 con il nome n per lei e svedese e allora vendeva solo abiti femminili h m ancora poco a che fare con
quello che diventerà in futuro infatti in questi anni le future compagnia di fa spesso non sono ancora piccole aziende localizzate sarà zara fondata nel 1975 in spagna a mostrare forse la via per un nuovo modello di business anche se non è chiarissimo chi abbia influenzato chi certo il suo fondatore amanzio ortega ha una visione chiara dice il successo dell'attività si basa sull'idea di offrire le ultime mode a prezzi bassi creando una formula per ridurre i costi all'inizio degli anni 80 gli ingredienti per il fast fashion ci sono già quasi tutti investiti a basso costo ci
sono e la produzione di massa pure ma i modelli dei vestiti che si trovano nei negozi sono un po sempre gli stessi verso la metà degli anni sessanta però arriva la velocità nach inditex la holding zara che nel tempo avrebbe creato inglobato moltissime altre compagnie dello stesso genere aumenta la competizione che si gioca sul tempo sul costante aggiornamento e così se prima le collezioni andavano di pari passo con le quattro stagioni ora tra una collezione e l'altra passa un mese in alcuni casi anche meno el'iraq times a usare l'espressione fa station per la prima volta
due nuovi negozi che circolano sulla corsia preferenziale della moda intitola un articolo pubblicato il 31 dicembre 1989 parlando della prima apertura di zara a new york l'articolo racconta che ogni settimana c'è una nuova spedizione dalla spagna ci vogliono solo due settimane tra una nuova idea e l'arrivo del prodotto nei negozi nel ventennio tra gli anni novanta i primi 2000 il ritmo si velocizza ancora di più con le nuove mode intercettate nel momento in cui stanno nascendo una catena produttiva sempre più dinamico e complesso dagli anni 90 la maggior parte delle persone anche i consumatori più
abbienti è attratto da questo tipo di consumo nel 2000 h m che già molto diffuso in europa apre anche negli stati uniti e gli york times scrive di nuovo che il rivenditore è arrivato al momento giusto perché i consumatori cercano occasioni e ora è più chic pagare di meno nel frattempo per continuare ad abbassare i prezzi la manodopera affidata ai lavoratori di paesi che hanno un costo della vita più basso come bangladesh cina vietnam e indonesia arriva la rete e quindi l'e commerce che porta con sé un modo ancora più veloce di fare shopping shen
che nasce nel 2008 e forse la massima espressione del fast fashion oggi produce articoli appena tre giorni dopo l'identificazione di una nuova tendenza il limite ai suoi ordini a piccoli lotti dei 100 articoli per misurare l'interesse dei clienti la rete oltre all'e commerce pro iniziamo search anche gli effetti dei nostri nuovi consumi online iniziano a circolare video che mostrano per esempio le condizioni di chi produce i nostri vestiti nel 2013 vediamo le immagini del complesso manufatturiero ora una plaza in bangladesh è collassato e al suo interno si trova la produzione di diverse compagnie di fast
fashion ci sono più di mille morti e migliaia di feriti inizia diventare chiaro che per un salario è tra i più bassi al mondo milioni di persone sono quotidianamente sfruttate ed esposte ad ambienti di lavoro non sicuri in fabbriche chiamate su ètv shop letteralmente botteghe del sudore nel 2015 il documentario dietro cos e da lì diversi rapporti usciti negli anni successivi rivelano che la maggior parte dei brand non rispetta i diritti fondamentali dei lavoratori che sono spesso donne e operano in condizioni di semi schiavitù quindi capiamo che è quello che permette velocità e convenienza per
altri e inquinamento povertà e oppressione salta poi fuori che le compagnie non hanno sistemi di logistica abbastanza sofisticati per gestire i nostri resi che quindi finiscono spesso in discarica in più diversi marchi di flash vengano accusati di plagio violazione dei dati della privacy e per l'alta concentrazione di sostanze tossiche come il piombo nei loro capi tutto questo oggi non è una novità eppure il nostro consumo non fa che aumentare dagli anni 90 al consumo di abbigliamento aumentato di sei volte a livello mondiale e solo negli ultimi 15 anni la produzione è raddoppiata insomma se il
fast fashion era nato come sforzo di democratizzare l'abbigliamento oggi assunto tratti che superano di gran lunga le intenzioni iniziali e questo forse perché nel frattempo siamo cambiati anche noi non compriamo più quello di cui abbiamo bisogno ma compriamo vestiti senza pensare e ce ne sbarazziamo sempre più velocemente un cittadino americano medio butta 37 chili in tessuti l'anno e solo un capo su 10 finisce in negozi dell'usato in beneficenza il resto in discariche alcune che visibili di altre come la montagna dei vestiti nel deserto dell'atacama in cile un articolo sull'atlantic ha suggerito che lo shopping non
è più un modo per procurarsi beni di prima necessità o di lusso alimentato svago intrattenimento un gesto fine a se stesso per fortuna la direzione da prendere è piuttosto chiara un sistema circolare in cui prodotti vengono continuamente riciclati e riutilizzati non dobbiamo per forza rinunciare a esprimerci attraverso l'abbigliamento possiamo comprare capi di seconda mano o anche affittare vestiti per le occasioni più rare speciali l'ottica di allungare la vita ai capi forse adottare nuove abitudini ci aiuterà a riconoscere al nostro abbigliamento di nuovo il valore che merita perché senza dubbio le compagnie di fast fashion devono
prendersi le loro responsabilità ma ora che anche noi ci prendiamo le nostre [Musica]