L'8 e il 9 giugno in Italia ci sarà un referendum con cinque quesiti. Quattro di questi riguardano il mondo del lavoro e mirano ad aumentare la sicurezza per i lavoratori, ma soprattutto mirano a cancellare alcune parti del cosiddetto Jobs Act. La riforma introdotta nel 2015 dal governo Renzi.
Il 5º quesito, invece, riguarda le norme per ottenere la cittadinanza italiana. Ma ne abbiamo parlato in un altro video. E allora, referendum sul lavoro, #TELOSPIEGO!
Ricordate di iscrivervi al canale e se volete essere sicuri di ricevere una notifica quando verrà pubblicato un nuovo video, cliccate sulla campanella e mettete Mi piace a questo video. Proseguiamo. Il primo quesito del referendum riguarda il cosiddetto contratto a tutele crescenti, un tipo di contratto di lavoro introdotto appunto dalla riforma Renzi, che funziona più o meno così.
Più tempo lavori per qualcuno e più sarai tutelato. Se ti licenzierà dall'altra parte, meno tempo lavori per qualcuno, più sarà facile per quel qualcuno licenziarti senza costi troppo elevati. Inoltre, con il contratto a tutele crescenti, anche se un giudice sentenzia che sei stato licenziato ingiustamente, il datore di lavoro non è obbligato a reintegrarti se non in rari casi.
Al massimo dovrà darti una compensazione in denaro proporzionale all'anzianità di servizio. Ecco il primo quesito del referendum si propone di abrogare, ovvero di eliminare questa parte del Jobs Act. Se vincerà il Sì, quindi, torneremo a un sistema in cui le tutele saranno uguali per tutti i lavoratori, a prescindere dall'anzianità di servizio e i lavoratori vittime di licenziamenti ingiusti.
Se lo vorranno, dovranno essere reintegrati. Per i sostenitori del sì, tornare a un'unica tutela per tutti i lavoratori vuol dire salvaguardare la dignità di chi lavora. Non importa da quanto tempo sei in azienda, se vieni licenziato ingiustamente devi poter contare subito sul reintegro e non su una semplice somma in denaro.
Per i sostenitori del no, invece, il meccanismo introdotto dal Jobs Act ha favorito l'occupazione soprattutto dei giovani, e le aziende ora si sentono più tranquille ad assumere perché sanno di poter calcolare in anticipo eventuali costi di licenziamento. Il secondo quesito riguarda la compensazione economica che i lavoratori delle piccole imprese possono ricevere se licenziati ingiustamente. Attualmente la legge stabilisce un limite massimo questo tipo di risarcimento pari a sei mensilità e se dovesse vincere il sì al referendum, questa norma verrebbe eliminata, lasciando quindi al giudice la possibilità di valutare caso per caso il risarcimento più adeguato.
I sostenitori del sì vogliono togliere il tetto massimo al risarcimento nelle piccole imprese perché credono che un lavoratore licenziato ingiustamente dovrebbe ricevere un risarcimento commisurato al danno subito, a prescindere dalle dimensioni dell'azienda. Inoltre, oggigiorno, specialmente nel mondo della tecnologia, esistono sempre più aziende di piccole dimensioni, con pochi dipendenti ma con fatturati molto alti che possono permettersi risarcimenti più elevati. I sostenitori del no, invece, avvertono che eliminare il limite può creare incertezza e costi imprevedibili, penalizzando proprio quelle piccole realtà che fanno fatica a stare sul mercato.
Il terzo quesito, invece, riguarda i contratti a termine. Il Jobs Act favorisce l'uso dei contratti a tempo determinato che miravano a rendere meno vincolante da parte di un'impresa l'assunzione di un lavoratore e per favorire quindi l'occupazione. Se dovesse vincere il sì a questo quesito verrà limitato l'utilizzo dei contratti a termine, rendendo più difficile per le aziende usare e rinnovare questo tipo di contratti e favorendo, si spera, le assunzioni a tempo indeterminato.
I sostenitori del Sì vogliono reintrodurre l'obbligo di una motivazione nei contratti a termine per far sì che il datore di lavoro debba sempre motivare la scelta di non fare un contratto a tempo indeterminato, incentivando in questo modo il lavoro stabile. I promotori del No sostengono invece che limitare l'uso dei contratti a termine incentiverebbe le aziende ad assumere personale a causa della paura di un impegno troppo vincolante, indossando così il mercato del lavoro. Il 4.
º quesito riguarda alcune norme relative alla sicurezza dei lavoratori. Attualmente l'azienda principale in un appalto, per esempio per la costruzione di un edificio che decide di subappaltare a un'azienda più piccola una parte del lavoro. Per esempio, la realizzazione degli impianti elettrici dell'edificio non è responsabile della sicurezza dei lavoratori dell'azienda più piccola.
Il referendum vuole eliminare le norme che permettono questa dinamica e se vincerà il sì dovranno rispondere non solo della sicurezza dei propri dipendenti diretti, ma anche della sicurezza dei lavoratori coinvolti nei contratti di subappalto, garantendo in questo modo diritti e sicurezza anche a loro. I sostenitori del sì ritengono che estendere a tutti la responsabilità della sicurezza sul lavoro sia l'unico modo per far sì che l'azienda principale scelga chi subappaltare, pensando prima alla sicurezza e alla prevenzione degli infortuni dei lavoratori e non basandosi solo sul criterio del risparmio economico. Chi sostiene il NO teme invece che far gravare sul committente costi adempimenti aggiuntivi possa rallentare gli investimenti e appesantire la burocrazia a tutto svantaggio dell'efficienza dei cantieri.
Bene, questa era la spiegazione dei quattro quesiti del referendum. Per il 5. º quesito invece, uscirà un nuovo video settimana prossima.
Se non volete perdervi ricordatevi di iscrivervi al canale e di cliccare sulla campanella per ricevere una notifica. Ogni volta che esce un nuovo #TELOSPIEGO Infine ricordiamo a tutti che si vota domenica 8 giugno dalle sette alle 23 e lunedì 9 giugno dalle sette alle 15. Buon voto a tutti!