Acquista il nostro libro, la Seconda Guerra Mondiale in 50 perché. Link in descrizione. Dalle macerie della Seconda Guerra Mondiale l'Italia si risolleva affrontando fame, miseria e divisioni. Ma cosa serve per ricostruire un paese e la sua identità? Tra ideali politici, tensioni sociali e alleanze internazionali, l'Italia deve scegliere chi essere e quale futuro costruire. Una repubblica nascente, un popolo diviso in Un mondo spaccato in due. È la storia di una nazione che combatte per reinventarsi, un popolo che sfide il peso del passato per costruire il proprio futuro. Ma riuscirà l'Italia a trasformare le sue ferite in
una nuova forza? Questa è l'Italia Repubblicana. Dopo la seconda guerra mondiale, l'Italia esce con le ossa rotte dal conflitto. La situazione più grave, per colpa dei combattimenti durati anni sulla penisola e per i bombardamenti, è Quella economica. Il problema principale però non sono le industrie con l'80% degli stabilimenti ancora in piedi operativi, bensì l'agricoltura e l'allevamento. I terreni trascurati durante il conflitto ora sono in crisi e incapaci di produrre abbastanza per sfamare la popolazione. La lente metodica ritirata verso nord dei tedeschi, a partire dal 1943 aveva lasciato una pesante eredità sulla viabilità della penisola. Il
sistema dei Trasporti e delle vie di comunicazione è infatti completamente devastato. I collegamenti ferroviari sono fuori uso, le strade dissestate e i ponti distrutti. Ricostruire un paese distrutto è una sfida immensa. Ogni cosa deve tornare al suo posto per far ripartire l'Italia. E anche noi, nel nostro piccolo, sappiamo quanto sia importante organizzarsi al meglio. Che sia per un progetto, uno studio o un'attività personale, avere gli Strumenti giusti fa la differenza. Ed è qui che entra in gioco Oduo. Odo è una piattaforma onine pensata per semplificare la gestione di qualsiasi attività con oltre 45 applicazioni. Ti
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moltissime persone senza casa. Gli sfollati cercano rifugi in scuole, edifici pubblici o presso amici e parenti. La coabitazione e l'occupazione abusiva nel secondo dopoguerra sono la norma. Il collasso dello Stato fascista e la debolezza del Regno del Sud non aiutano a fare ordine. Fame, mancanza di alloggi, disoccupazione sono all'ordine del giorno per il popolo italiano. A peggiorare la situazione, nonostante i controlli delle nuove forze dell'ordine, È la borsa nera che prospera e si diffonde rapidamente. Meglio noto come mercato nero era nato durante il periodo dei razionamenti dovuti alla guerra. Per un certo periodo diventa l'unico
luogo dove trovare beni rari o di lusso, sigarette, alcool o anche semplici viveri nei luoghi più in difficoltà. Il collasso statale fa diventare rapidamente un problema anche l'ordine pubblico. Durante il conflitto parte della popolazione ha ricevuto un gran Numero di armi, chi nell'esercito ormai sciolto, chi nella resistenza e ora molti si rifiutano di riconsegnarle. Non si sa mai quando sarebbero servite di nuovo. Nel nord della penisola lo scioglimento delle grandi bande partigiane non aiuta di certo a calmare le acque. La Nuova Italia avrebbe dovuto fare i conti con una fetta della popolazione abituata ad imbracciare
le armi per difendere i propri diritti. Inoltre, dopo anni di brutali Repressioni, i vincitori sull'onda dell'euforia fanno calare la loro vendetta sui fascisti e sui loro collaboratori. Nei primi mesi, dopo l'aprile del 1945, specialmente al nord, i casi di giustizia sommaria, dai pestaggi agli omicidi, aumentano sempre di più. Nelle regioni del centro sud, dalla primavera del 1944, i contadini e i braccianti avevano iniziato ad occupare le terre per fuggire alla fame. Il nuovo Governo inizia a disciplinare queste occupazioni nella speranza di riportare l'ordine. Ancora più a sud, la Sicilia è in fermento. Dopo il 1943
erano tornate a rafforzarsi le organizzazioni criminali di stampo mafioso a cui si erano appoggiati gli americani durante l'invasione. La ritrovata autonomia, dopo il collasso del regime e la creazione del debole regno del Sud portano alla nascita di un movimento politico guidato dagli agrari e dalla Vecchia classe dirigente prefascista dell'isola, il movimento per l'indipendenza della Sicilia. Il suo leader è Andrea Finocchiero Aprile, politico dei tempi di Nitti e Giolitti, massone e convinto indipendentista. Il movimento appoggiato da elementi mafiosi e vicini anche al banditismo siculo, arriva perfino a creare il suo esercito clandestino, Levis, esercito volontario per
l'indipendenza siciliana. Gli alleati, dopo un primo momento di Interesse in una possibile Sicilia indipendente, capito che non ci sono le basi per una vittoria politica o militare del movimento, abbandonano l'isola al proprio destino. Uno dei principali esponenti dell'Evis è il bandito Salvatore Giuliano che sfrutta la sua appartenenza al movimento come copertura per le sue attività criminali. Le azioni di Giuliano vanno dal crimine agli atti di terrorismo politico, come la strage del primo maggio 1947 a Portella della Ginestra, dove lavoratori in festa vengono brutalmente colpiti. I morti sono più di 10. I primi governi post liberazione
affrontano con determinazione l'indipendentismo siciliano, stroncandolo sul nascere, arrivando ad arrestare fino a chiaro aprile, nell'ottobre del 45. Gradualmente il movimento perde forza, scomparendo già dopo le elezioni del 46. Lo stesso Salvatore Giuliano viene ucciso nel 1950 in circostanze mai del Tutto chiarite. Il movimento di indipendenza siciliano è un chiaro esempio della disgregazione morale e politica del paese nel dopoguerra, un paese profondamente spaccato dallo scontro e da come è stato vissuto. Infatti Palermo aveva visto gli ultimi combattimenti il 22 luglio 1943, mentre Milano, ridotta in macerie aveva finito la sua guerra il 25 aprile del 45,
quasi 2 anni dopo. A sud, quindi, sotto il controllo alleato e sede della monarchia Savoia, in molte aree la guerra era passata senza fare troppo rumore, permettendo una vita normale a buona parte della popolazione sulle linee del vecchio stato liberale monarchico. A nord, invece, la situazione era stata diversa. Con l'occupazione tedesca, il ritorno di Mussolini, la Repubblica Sociale, la guerra civile, le devastazioni e le insurrezioni, il desiderio di rinnovamento in campo politico e sociale è di gran lunga Maggiore rispetto al meridione. Dopo il 25 aprile quella parte del paese che aveva imbracciato le armi per
la propria libertà esige che tutto cambi. Ma la società italiana non può superare come se niente fosse un ventennio di dittatura fascista. Nonostante la sua fine ingloriosa, l'ombra del regime rimane perenne compagna della politica italiana del secondo dopoguerra. Per di più l'intero apparato burocratico dell'amministrazione pubblica, dei Tribunali, delle università e delle scuole è composto da uomini e donne spesso collusi con il regime. Come comportarsi a riguardo? Non è possibile allontanare tutti quelli che avevano giurato fedeltà al regime. Il nuovo stato italiano non può permetterselo, anche solo per funzionare. Si deve quindi scendere a compromessi per
le strade delle grandi città. Ancora appesantite dalla sborna dei festeggiamenti per la fine della guerra, Le forze militari alleate occupano ancora il territorio della penisola, gestendo molto spesso l'ordine pubblico e la giustizia, ma una soluzione temporanea in attesa dei trattati di pace. Il futuro dell'Italia sembra non essere più in mano al suo popolo, alla sua monarchia. Il futuro di una nazione che è stata duramente sconfitta è, come spesso accade, nelle mani dei vincitori. Ma chi sarà in grado di guidare il bel paese in un momento così Delicato? Le maere della Seconda Guerra Mondiale non sono
soltanto fisiche, ma anche politiche. L'Italia deve ripartire da zero. Ma chi sarà in grado di raccogliere la sfida, di guidarla verso un futuro più democratico? I partiti che si affacciano sulla scena politica sembrano ereditare un passato già conosciuto, ma in un contesto radicalmente cambiato. In un paese da ricostruire, in un mondo segnato dalla guerra fredda, chi avrà la forza di Tracciare la strada? Le forze politiche che in questi anni si propongono per guidare il paese ricordano collettive tra la fine della Prima Guerra Mondiale e l'ascesa del fascismo, ma il contesto è profondamente cambiato. Quali di
queste forze riusciranno a imporsi? Per scoprirlo non resta che attendere le nuove elezioni. Il ritorno alla dialettica democratica stimola una più ampia partecipazione politica con un notevole aumento degli iscritti ai Partiti. Molti elettori, soprattutto operai, auspicano che i partiti si trasformino in vere e proprie organizzazioni di massa. Dal 1943 il nuovo protagonista della politica italiana sembra inizialmente essere il Partito Socialista Italiano di unità proletaria, Psiup, trainato dalla popolarità del suo leader Pietro Nenny. Ma in realtà emergono presto profonde divisioni all'interno del suo gruppo dirigente tra chi è più legato ai Comunisti e chi invece preferisce
posizioni più riformiste e vuole porsi come cerniera fra i comunisti e i partiti borghesi. Per di più il Psiup aveva iniziato a perdere rilevanza, anche perché durante la resistenza non aveva svolto un ruolo di primo piano. Chi invece aveva combattuto duramente e coraggiosamente e si era distinto durante la resistenza è il Partito Comunista Italiano guidato da Palmiro Togliatti che sfrutta la sua vasta Partecipazione durante la resistenza per legittimarsi e per proporsi come forza di governo a livello nazionale. Dopo la svolta di Salerno dell'aprile 1944 il PC appare profondamente trasformato rispetto al partito nato nel 1921
al Congresso di Livorno. Ora il PC è un partito di massa con centinaia di migliaia di iscritti che continuano ad aumentare non solo fra gli operai, ma anche fra i contadini, cetimedi ed intellettuali. Per di più ha anche avuto Una sua rappresentanza nel governo del Regno del Sud e mostra di volersi inserire nelle istituzioni che stanno pian piano nascendo. Nonostante questi cambiamenti, il PC non rinneghi il suo legame con l'Unione Sovietica, restando il principale punto di riferimento per le aspettative rivoluzionarie della classe operaia. Togliatti è una bitue a Mosca. In Italia l'unico altro soggetto politico
in grado di competere con i comunisti, sia per dimensioni che per Organizzazione, è un partito nato il 15 dicembre 1943 con la caduta del regime, la Democrazia Cristiana. Le idee della Democrazia Cristiana riprendono in gran parte quelle del Partito Popolare di don Luigi Sturzo e si ispirano alla dottrina sociale cattolica. La DC affronta il tema della lotta di classe, pur mantenendo sempre il rispetto per il diritto di proprietà. Infatti la base del partito è costituita principalmente da piccolo borghesi, mentre il gruppo Dirigente proviene in gran parte dal Partito Popolare e dalle fila dell'Azione Cattolica. La
Democrazia Cristiana può inoltre contare sul massiccio ed esplicito appoggio della Chiesa cattolica che la presenta come il pilastro del fronte moderato e l'unico argine contro il dilagare del comunismo. Alla guida del partito troviamo Alcida De Gasperi, convinto antifascista e ministro degli esteri nel governo del Regno del Sud dal 1944. Accanto a questi partiti c'è anche il partito liberale che raccoglie gran parte della classe dirigente prefascista. Tra i suoi esponenti più illustri spiccano Luigi Enaudi e Benedetto Croce, intellettuali di altissimo profilo. Il partito gode del sostegno dei grandi proprietari terrieri, ma ha perso il rapporto clientelare
che in passato lo legava alla base popolare. Altri due partiti da considerare sono il Partito Repubblicano, fermamente contrario alla monarchia, al punto da non far parte del Comitato di Liberazione nazionale e dei suoi governi, è il partito d'azione. A quest'ultimo aderiscono molti importanti leader antifascisti come Emilio Lussu, Ferruccio Parri e Ugo Lamalfa, oltre a numerosi intellettuali di spicco. Si tratta di una forza politica nuova e moderata che fin da subito si distingue per il suo impegno nel promuovere riforme sociali e istituzionali tra cui La nazionalizzazione delle industrie, il rafforzamento delle autonomie locali e una riforma
agraria. Nonostante l'impegno riformista, il partito d'azione fatica a conquistare il sostegno delle masse e a definire una chiara identità politica. complici dissidi interni tra i socialisti di Emilio Lus e i radical democratici di Ferruccio Parri e Ugo Lamalfa, più vicini al ceto borghese. Queste divisioni portano a sempre più Scissioni. Nell'ottobre del 1947 il partito d'azione si scioglie definitivamente. La grande assente per il momento nel nuovo panorama politico italiano è la destra. Molti esponenti di quest'area politica confluiscono nella Democrazia Cristiana, nel partito liberale o tra i monarchici. Tuttavia, sotto la cenere covavano già le braci che
il 26 dicembre 1946 porteranno alla nascita del movimento sociale italiano, MSI. Un discorso a parte merita l'ultima Formazione politica da considerare per comprendere i turbolenti anni del dopoguerra, il fronte dell'uomo qualunque. Fondato il 18 febbraio 1946, trae origine dalla rivista satirica L'uomo qualunque, fondata da Guglielmo Giannini nel dicembre del 44. Il movimento, privo di una chiara connotazione ideologica, si pone come difensore del cittadino medio, ritenuto oppresso prima dalla dittatura fascista e ora dalla dittatura dei partiti del CLN. Questa visione politica ottiene inizialmente un ampio consenso tra la borghesia del centro sud, timorosa dell'ascesa dei partiti
legati agli ideali di sinistra. Tuttavia il successo del movimento si rivela effimero. La sua parabola si esaurisce rapidamente e già nel 1948 il partito scompare dalla scena politica italiana. Accanto ai partiti cresce anche il ruolo dei sindacati. Il 9 giugno 1944, mentre metà Italia è ancora sotto occupazione, nasce la Confederazione Generale Italiana del Lavoro, CG. Subito dopo la liberazione tutte le principali organizzazioni sindacali confluiscono in questa nuova struttura unitaria. All'interno degli organi dirigenti della CG sono rappresentate le diverse componenti socialista, comunista e cattolica, ma la convivenza tra di esse si rivela tutt'altro che semplice. In
questi anni i comunisti detengono la maggioranza, mentre i cattolici sono la componente Più debole. Nonostante le difficoltà però la collaborazione riesce a proseguire portando a risultati significativi sul piano sindacale. Tra questi si possono ricordare il riconoscimento delle commissioni interne che garantiscono la rappresentanza sindacale all'interno delle aziende, una disciplina più rigorosa per i licenziamenti e l'introduzione del meccanismo della scala mobile per adeguare i salari al costo della vita. La nascita della CG è solo l'ennesimo tassello di una nuova Italia che sta nascendo dalle ceneri del conflitto, ma la strada è ancora molto lunga. Le forze politiche
sono pronte a contendersi la guida del paese, ma dopo un ventennio in cui non è stato interpellato sarà il popolo a scrivere il futuro dell'Italia. Votazioni storiche attendono la penisola. Dopo la seconda guerra mondiale l'Italia si ritrova libera. Ma davanti a un bivio quale strada avrebbe Preso un paese appena uscito dal conflitto? Con il crollo del regime e la rinascita della democrazia, il destino del popolo italiano si gioca alle urne. Sarà monarchia o repubblica? Partiamo dalle basi. La situazione politica in Italia è complessa e instabile. Nel giugno del 1944, a seguito della liberazione di Roma,
si forma il governo Bonomi, sostenuto dalle forze del Comitato di Liberazione Nazionale. Questa scelta va contro il volere degli Alleati che avrebbero preferito mantenere Badoglio al potere. È dunque Ivano Bonomi, politico della Vecchia Guardia, che vengono affidate le sorti dell'Italia negli ultimi mesi della guerra. Tuttavia, nel giugno del 1945, con la guerra ormai finita, Bonomi rassegna le dimissioni, chi sarebbe stato il suo successore? Dopo un lungo braccio di ferro tra i socialisti e la Democrazia Cristiana si trova un accordo sul nome di Ferruccio Parri, leader del Piccolo partito d'azione, ma figura di grande prestigio personale,
anche perché fino al 27 aprile era stato a capo del comitato militare del CLN. Il 19 giugno 1945, a pochi mesi dalla liberazione di Milano, viene nominato presidente del Consiglio. L'obiettivo del governo Parry è quello di formare un esecutivo che rappresenti tutti i partiti del CLN e lavorare per normalizzare la situazione nel paese in profonda crisi. Uno dei primi problemi che il nuovo presidente Del Consiglio si trova ad affrontare riguarda la sorte dei fascisti, dei funzionari statali e dei rappresentanti della grande industria e delle elite economiche che durante il ventennio avevano sostenuto e collaborato con
il regime. Un altro grande problema è la drammatica situazione economica dello Stato italiano. Parry crede che si possa risollevare l'economia attassando le grandi aziende e promuovendo riforme a favore delle piccole e medie imprese. Le Iniziative di Parri incontrano l'opposizione delle forze liberali e moderate, soprattutto a causa della sua idea di rinnovamento radicale delle istituzioni democratiche italiane. Da ricostruire ex Novo ispirandosi ai valori della resistenza. Parry ritiene che tale compito spetti a un'assemblea costituente con ampi poteri. Tuttavia, nel novembre 1945, dopo pochi mesi di governo, i liberali ritiran la fiducia provocando la caduta del suo esecutivo.
A quel punto la Democrazia Cristiana propone Alcide De Gasperi come candidato alla presidenza del Consiglio. Già ministro degli esteri nei governi Bonomi e Parri. La sua nomina segna l'ascesa politica del partito cattolico. Con De Gasperi si apre una svolta moderata, irreversibile. Tutti i progetti di riforma economica vengono accantonati e i prefetti nominati dal CLN nell'Italia settentrionale sono sostituiti da funzionari di carriera. L'Italia è stata Liberata, ma ora restava da decidere quale sarebbe stato il suo futuro. Il 2 giugno 1946 è un giorno di festa. Dopo un ventennio gli italiani sono chiamati alle urne. Tutti. Infatti,
per la prima volta nella storia italiana, anche le donne sono chiamate ad esprimere la loro opinione. I cittadini sono chiamati a scegliere tra Monarchia e repubblica con un referendum e eleggere i membri dell'assemblea costituente che avrebbero avuto il compito di redigere una nuova Costituzione. Nonostante i quasi 100 anni di monarchia Savoia, il voto del referendum non è per nulla scontato. Poco prima del voto, il 9 maggio 1946, per tentare di risollevare le sorti della corona, Vittorio Emanuele II aveva abdicato in favore di Umberto II. Forse un re meno connesso al fascismo avrebbe permesso alla monarchia
di sopravvivere. Tra il 2 e il 3 giugno 1946 la partecipazione è massiccia. Il 90% degli aventi diritto si reca alle urne. Lo Spoglio procede lentamente, ma il 10 giugno i risultati sono definitivi. La Repubblica ha vinto con un margine di circa 2 milioni di voti sulla monarchia. Così il 13 giugno, dopo un flebile tentativo di opporsi alla volontà popolare, Umberto II lascia l'Italia e si rifugia in Portogallo. Al suo posto l'Assemblea costituente a fine giugno elegge come capo provvisorio dello Stato il liberale Enrico De Nicola. Nonostante l'astensionismo quasi inesistente, una Parte della popolazione non
partecipa al voto. I prigionieri di guerra, tutti gli italiani residenti all'estero e i cittadini delle zone sotto occupazione come l'Alto Adige, il Trentino, la Venezia Giulia e Zara. Questa esclusione avrebbe generato non pochi malumori negli anni a venire, ma l'Italia e il suo futuro non possono più aspettare. Ora l'Assemblea costituente è pronta a riunirsi per dare alla nuova repubblica Italiana una costituzione completamente Svincolata dall'eredità dei Savoia. Ma da chi è composta questa assemblea? Il principale partito rappresentato dell'Assemblea costituente con 8 milioni di voti è la Democrazia Cristiana che alle elezioni ha ottenuto circa il 35,2%.
Seguono il PSIUP con il 20,7% delle preferenze, ovvero 4.7 milioni di voti, e il PC con il 19% 4.3 milioni di voti. L'Unione Democratica Nazionale che riunisce i principali esponenti della Classe dirigente prefascista ottiene circa il 6,8%. Il fronte dell'uomo qualunque raggiunge solo il 5,3%, mentre i repubblicani si fermano intorno al 4,4. I veri sconfitti delle elezioni sono i monarchici che si attestano al 2,8% e il partito d'azione che non raggiunge nemmeno il 2%. Il voto mostra la crescita dei partiti di massa e la crisi dei vecchi partiti liberal democratici i cui voti sono in
parte Confluiti nella DC. La sinistra ne esce rafforzata, ma non riesce a raggiungere la maggioranza con l'inaspettata vittoria dei socialisti sui comunisti. Una cosa però è evidente, gli elettori hanno preso le distanze dall'esperienza fascista. La situazione però è più complessa e sfaccettata. Nel centro nord hanno trionfato la Repubblica e la Sinistra, mentre al Sud ha prevalso la monarchia. Si apre così un profondo divario tra nord e sud, un paese Territorialmente unificato, ma politicamente ancora una volta diviso. Il 18 giugno 1946 viene riconosciuto il risultato del voto del referendum. L'Italia diventa ufficialmente una repubblica. Il presidente
del Consiglio però non cambia e rimane al Cide De Gasperi che si insedia il 13 luglio 1946. Il primo governo repubblicano include tutte le principali forze politiche, dai democristiani ai comunisti. È un Esecutivo di unità nazionale. Nel frattempo, il 22 giugno 1946, poco prima dell'insediamento del nuovo governo, il ministro di Grazia e Giustizia, il comunista Palmiro Togliatti, aveva emanato, prima di lasciare la carica, quella che è conosciuta come l'amnistia Togliatti. La misura prevede il condono delle pene per reati politici e comuni punibili con una condanna massima di 5 anni. L'Italia affronta i problemi del suo
passato in modo molto diverso Rispetto a Germania e Giappone. Niente Norimberga per gli italiani. Inizialmente i reati gravi e gravissimi sono esclusi dall'amnistia. Tuttavia dopo l'estromissione dei ministri comunisti dal governo nel 1947 la misura viene estesa anche a questi casi, favorita anche dalla mancata epurazione della magistratura. Questa decisione genera una profonda delusione tra i militanti di sinistra e i partecipanti alla resistenza, trasformandosi Rapidamente in un diffuso sentimento di protesta. Tuttavia, socialisti e comunisti scelgono di non alimentare queste tensioni, sia perché sostengono il governo, sia perché sperano di trarne benefici elettorali in futuro. Dalla svolta di
Salerno dell'aprile 1944, i dirigenti dei partiti di sinistra sono convinti che la vittoria si debba ottenere alle urne, non più con una rivoluzione proletaria. Con il referendum l'amnistiato gli atti si Chiude una pagina di storia, ma se ne apre un'altra altrettanto cruciale. La costituente dovrà dare forma alla nuova repubblica, ma le divisioni emerse rischiano di minare l'unità che ha guidato la lotta antifascista. Ce la farà l'Italia a costruire una democrazia solida? L'Italia sembrava finalmente avviata verso un futuro di unità e democrazia. Ma i partiti antifascisti sarebbero riusciti a mantenere saldo il loro patto Di collaborazione?
Con la Costituzione in cantiere e la Repubblica appena nata, il fragile equilibrio politico italiano sarebbe riuscito a resistere alle sfide della guerra fredda? Che ruolo avranno USA e URS per il bel paese? I mesi tra il 2 giugno 1946 e le elezioni del 18 aprile del 48 sono cruciali per la Repubblica Italiana. È in questo periodo che si definisce l'assetto dello Stato, si iscrive la nuova Costituzione e si Avvia la riorganizzazione dell'economia. In questi anni decisivi guida il governo Alcide De Gasperi che presiede un'ampia alleanza a cui partecipano democristiani, comunisti e socialisti, praticamente tutte le
forze antifasciste. Ma nonostante tutto le differenze tra la sinistra e la DC si fanno sentire. I contrasti nascono dall'aumento delle tensioni sociali nel paese e dall'inizio delle tensioni fra Stati Uniti più vicini alla DC e Unione Sovietica che supporta i comunisti. La guerra fredda è arrivata anche in Italia. La Democrazia Cristiana diventa rapidamente garante non solo dell'ordine sociale, ma anche degli interessi americani nella penisola. I comunisti invece, pur evitando una completa rottura con gli Stati Uniti, mantengono vivo il loro sostegno all'Unione Sovietica. Nonostante questo palese conflitto di interesse, all'inizio il governo sembra reggere. A rimanere
Schiacciati tra i due partiti prescelti dalle due superpotenze in lotta sono i socialisti, alle prese con le loro contraddizioni e divisioni interne. Alla fine del 1946 si arriva alla resa dei conti. Nascono due schieramenti contrapposti all'interno del PSIUP. Due fazioni, due leader. Da un lato c'è Pietro Nenny che sostiene una linea più classista e rivoluzionaria favorevole all'unità di intenti e azione con il PC. Sul piano internazionale Nanny si Schiera a favore di un'alleanza con l'URS di Stalin. Dall'altro lato c'è Giuseppe Saragat che desidera invece prendere le distanze dal PC di Togliatti e si oppone fermamente
ai sovietici e alla loro politica nell'Europa dell'Est. I contrasti fra queste due diverse fazioni esplodono nel gennaio del 1947 in occasione del 25º congresso del partito. Nennis e i suoi guaci rimangono in quello che diventa semplicemente Partito Socialista Italiano, mentre Sarragati i suoi decidono di abbandonarlo. Ma questa non è affatto la fine della carriera politica di Giuseppe Saragat. L'11 gennaio 1947, mentre il congresso è ancora in corso, si riunisce con i suoi sostenitori a Palazzo Barberini a Roma. Qui forma il Partito Socialista dei Lavoratori italiani, PSLI, che in seguito prenderà il nome di Partito Socialdemocratico
Italiano, PSDI. Nonostante la spaccatura dei socialisti, il governo in quel momento Ha altre cose a cui pensare. Proprio nei giorni della scissione il presidente del Consiglio si trova negli Stati Uniti per consolidare il rapporto tra Roma e Washington. Il presidente Harry Truman, infatti, ha promesso alla giovane sconfitta repubblica italiana ingenti aiuti finanziari, subordinati però a una politica fedele alla democrazia, al blocco occidentale. In cambio servono rassicurazioni. De Gasperi assicura Washington sulle intenzioni del suo Governo incassando il supporto economico e politico degli Stati Uniti. L'Italia inizia a reinserirsi nel panorama delle relazioni internazionali. Nonostante il successo
del viaggio negli Stati Uniti, al suo ritorno in patria, De Gasperi si trova in difficoltà. La scissione socialista ha infatti innescato una crisi di governo che non può essere ignorata. La situazione viene risolta rapidamente e a febbraio del 47 nasce un nuovo esecutivo sostenuto da PC, DC e PSA. In questi mesi l'unico partito a beneficiare delle difficoltà dei socialisti sembra essere la monolitica Democrazia Cristiana. La crisi di febbraio è seguita da un'altra pochi mesi dopo, nel maggio 1947. Il Partito Comunista esce dal governo, a pesare sono due fattori: i rapporti sempre più stretti con gli
Stati Uniti e le prime riforme economiche che, nonostante le promesse della DC, non ricalcano per nulla le richieste Comuniste. Togliati i suoi, avevano cercato fino all'ultimo di mantenere l'equilibrio e l'unità della coalizione, sostenendo la DC anche in votazioni scomode per la base comunista. La pazienza però è finita. Nonostante la crisi di governo, il presidente del Consiglio rimane lo stesso. Il primo giugno 1947 De Gasperi forma un nuovo esecutivo, il quarto, con i socialisti di Saragat, il PLI e il PR. I voti non bastano ed è costretto a chiedere il Supporto esterno dei liberali e dei
qualunquisti. Questa volta i comunisti di Togliatti e socialisti di Nenni sono assenti. È un governo quasi interamente democristiano. Nel nuovo esecutivo sono presenti anche tecnici di area liberaldemocratica come Luigi Enaudi, nominato ministro del bilancio, e Carlos Forza, a cui viene affidato il Ministero degli Esteri. A loro spettano i compiti più complessi, risanare l'economia e il bilancio italiano e firmare il trattato Di pace che avrebbe posto definitivamente fine alla seconda guerra mondiale. Con questo governo si chiude così la fase della collaborazione e dell'unità antifascista distrutta dalle tensioni della guerra fredda. Ora, con la DC e i
tecnici liberal democratici alla guida, l'Italia Repubblicana si trova davanti al primo grande banco di prova: Firmare il trattato di pace e affrontare le dolorose cessioni territoriali. Ma quale sarà il costo della guerra? L'Italia del secondo dopoguerra si trova ad un bivio cruciale della sua storia. La guerra è finita, ma le ferite sono ancora aperte e il destino del paese è tutto da scrivere. Territori perduti, tensione confini e pressioni internazionali. L'Italia deve affrontare scelte decisive. Ma quale sarà il prezzo della pace e soprattutto la democrazia riuscirà a sopravvivere? Nel 1947 la seconda guerra mondiale è Finita
da quasi 2 anni, ma la pace ufficiale non è ancora stata sancita. Bisogna aspettare il 10 febbraio dello stesso anno a Parigi per la firma del trattato con gli alleati che sarà poi ratificato dall'Assemblea costituente italiana nel luglio successivo. Davanti all'assemblea degli alleati si era presentato il capo del governo Alcide De Gasperi. Le parole di introduzione del suo intervento sarebbero passate alla storia. Prendendo la parola in questo consesso mondiale, sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me. A Parigi l'Italia viene trattata, nonostante la cobelligeranza del Regno del Sud e la Resistenza,
come una nazione sconfitta. La Repubblica è obbligata a pagare riparazioni di guerra, sebbene modeste, agli stati che aveva aggredito durante gli anni turbolenti del conflitto: Unione Sovietica, Grecia, Jugoslavia, Albania ed Etiopia. Ma questo è solo l'inizio, partendo proprio dall'Etiopia, che fine ha fatto l'effimero impero italiano? Con il trattato di pace l'Italia rinuncia a tutte le sue colonie. La Libia viene posta sotto amministrazione britannica e nel 1951 ottiene l'indipendenza. L'Etiopia ritorna libera e annette l'ex eritrea italiana. La Somalia, infine, viene affidata all'Italia in amministrazione fiduciaria sotto l'ida delle Nazioni Unite fino al 1960, anno in cui
diventa ufficialmente indipendente. Ma non è tutto. L'Italia deve rinunciare anche al Dode Caneso che viene ceduto alla Grecia ed è costretta a ridurre le dimensioni del suo esercito. Un caso particolare è quello dell'Albania, trasformata in protettorato italiano il 27 novembre 1929 e poi occupata da Mussolini nell'aprile del 1939. Durante la guerra era nato il movimento di liberazione nazionale costituito da Comunisti e da partigiani zoghisti fedeli alla monarchia del re I. Nel novembre 1944, praticamente con le sue sole forze, l'MLN era riuscito a liberare l'Albania dall'occupazione fascista, formando un governo provvisorio capeggiato da Enver Rogia, leader
dei partigiani comunisti. Nel movimento di liberazione, infatti, sono i comunisti ad avere una voce più forte e spingono gli altri gruppi ad accettere la trasformazione dell MLN in fronte Democratico. Nel gennaio del 1945 il Fronte vince le elezioni con oltre il 90% dei voti, consentendo ai comunisti di Ogia di assumere il controllo del paese. L'11 gennaio 1946 viene proclamata la Repubblica Popolare d'Albania, segnando ufficialmente l'ingresso del piccolo stato balcanico nell'orbita sovietica e la fine della monarchia. La perdita delle colonie dell'Albania, tuttavia non scuote particolarmente l'opinione pubblica, più Concentrata sulla questione dei confini nazionali. Sul lato
nord occidentale le mutilazioni territoriali inflitte all'Italia non sono molte. Roma è costretta a cedere a Parigi solamente briga, tenda e il Montenisio. Questo non aveva fermato nel 1946, poco prima della firma dei trattati di Parigi, il generale Charles de Gall suo tentativo di annettere la valle d'Aosta alla Francia. Forte del fatto che nella regione esiste una minoranza francofona, De Gol sostiene che la Valle d'Aosta abbia radici culturali e linguistiche legate alla Francia. Tuttavia, la ferma opposizione degli abitanti della stessa valle, unita alle pressioni internazionali, soprattutto da parte degli Stati Uniti, blocca il tentativo di annessione.
La Regione rimane parte integrante dell'Italia che decide successivamente di concederle uno statuto speciale con ampie autonomie, anche per scongiurare il rischio di Future rivendicazioni territoriali. A nordest invece l'Italia riesce a mantenere il controllo dell'Alto Adige, impegnandosi però con gli accordi De Gaspery Gruber del 1946 a concedere ampie autonomie linguistiche amministrative alla provincia di Bolzano. Ma i veri problemi che interessano gli italiani e che catturano l'attenzione della penisola già dal 1945 sono al confine orientale. Qui l'esercito partigiano di Tito, leader Comunista jugoslavo, occupa parte della penisola istriana e rivendica il possesso della città di Trieste. La
situazione si era complicata ulteriormente il primo maggio del 1945, quando i partigiani jugoslavi erano entrati a Trieste, anticipando di poche ore l'arrivo delle truppe neozelandesi del generale Freiberg dell'ottava armata britannica. L'occupazione dei partigiani di Tito riaccende il conflitto, ma è realmente sopito e aggravatosi durante Gli anni del fascismo tra slavi e italiani, conferendogli un nuovo significato politico. Per circa 40 giorni, fino al 12 giugno 1945 la città rimane sotto il controllo delle forze di Tito che instaurano un'amministrazione provvisoria rapidamente nota tra i cittadini di Trieste come terrore slavo. Così moltissimi italiani di Trieste, Gorizia e
di molti altri centri dell'ISRE della Dalmazia vengono uccisi, deportati o costretti ad andarsene dopo Essere stati accusati di complicità con il fascismo. Tra le vittime però ci sono anche molti antifascisti che si erano opposti al regime comunista jugoslavo che si stava costituendo in quei mesi. Sebene sia difficile stimare con precisione il numero delle vittime, si calcola che circa 5.000 persone persero la vita. Per sfuggire la brutalità degli jugoslavi, moltissimi italiani abbandonano la Dalmazia e il Friuli Venezia Giulia rifugiandosi in Italia. In breve tempo tra 200 e 300.000 persone lasciano le loro case ad attendere i
treni, carichi di profughi, imbarazzo e disinteresse generale. Con il trattato di pace del 10 febbraio 1947 la situazione sembra trovare una soluzione, seppur provvisoria. La penisola estriana viene assegnata alla Jugoslavia, ad eccezione di una striscia di terra comprendente Trieste e Capodistria destinata a diventare un nuovo stato. Il territorio libero di Trieste. Il Territorio libero di Trieste viene suddiviso in due zone dalla cosiddetta linea Morgan. La zona A amministrata e occupata dagli angloamericani che comprende Trieste e sui dintorni e la zona B sotto l'amministrazione jugoslava. La maggior parte della popolazione triestina si oppone all'idea di un
territorio libero, separato dall'Italia, debole e soggetta ai capricci delle grandi potenze. Negli anni successivi, Con l'intensificarsi delle tensioni tra sovietici e americani, l'Istria diventa l'ennesimo luogo di scontro della guerra fredda. Non a caso, buona parte dell'esercito italiano è schierato ad est. La situazione di perenne crisi si sblocca il 5 ottobre 1954 con il memorandum di Londra. La Jugoslavia annette definitivamente la zona B, mentre gli angloamericani cedono all'Italia la zona A, fino ad allora occupata dalle truppe alleate. Trieste Viene così riunita l'Italia con grandi festeggiamenti di popolo. Il capitolo jugoslavo si sarebbe chiuso definitivamente con il
trattato di Osimo, firmato il 10 novembre 1975, in cui Jugoslavia e Italia riconoscono reciprocamente la sovranità sui rispettivi territori. Nonostante l'elevato valore simbolico, economico e culturale di Trieste, la città non è al centro delle priorità della politica estera italiana del dopoguerra. In Questi anni turbolenti i politici a Roma sono concentrati su altre questioni più urgenti. Alla fine degli anni 40 l'Italia è un paese debole, politicamente instabile ed economicamente provato. Si deve ripartire dalle basi. è la base di ogni stato e la sua Costituzione. L'assemblea costituente italiana, eletta il 2 giugno 1946 si trova ad affrontare
un compito arduo, redigere la nuova costituzione Dell'Italia Repubblicana. Il lavoro non è semplice, si tratta di conciliare visioni politiche diverse e dare una struttura solida alla Repubblica appena nata. La Costituzione riuscirà in un'impresa che sembra impossibile. I lavori dell'assemblea iniziano ufficialmente il 24 giugno 1946 e si concludono il 22 dicembre 1947 dopo 18 mesi di intensi dibattiti, incontri e confronti tra i rappresentanti eletti. Trovare un accordo richiede equilibrio e Dialogo, fondamentali per conciliare le visioni spesso contrapposte delle diverse forze politiche. Ispirata ai grandi modelli democratici del X secolo, la Costituzione venne promulgata il 27 dicembre
1947 da Enrico De Nicola, presidente provvisorio della Repubblica, ed entrò ufficialmente in vigore il primo gennaio 1948. Ma com'è strutturata la carta? Si compone di 139 articoli e di 18 disposizioni transitorie e finali. Per Capirla meglio possiamo dividerla essenzialmente in quattro parti. La prima parte, che comprende i primi 12 articoli, enuncia i principi fondamentali della Nuova Repubblica Italiana. Qui sono sancite le libertà essenziali, inviolabili e inderogabili, come la libertà di religione, di pensiero, di stampa e di riunione. Grande attenzione è riservata anche alla tutela delle minoranze linguistiche e dei diritti politici, mentre il Principio di
uguaglianza di tutti i cittadini si afferma come pilastro fondamentale. Il primo articolo recita: "L'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. Gli articoli dal 13 al 54 costituiscono la seconda parte della carta dedicata ai diritti e ai doveri dei cittadini. Tra questi spiccano il dovere di fedeltà alla Repubblica, il Diritto di organizzarsi in sindacati e il diritto all'istruzione sancito dall'articolo 34. La scuola è aperta a tutti. L'istruzione inferiore, in partita per almeno 8 anni è obbligatoria e gratuita. I capaci e
meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. Nella terza parte, dall'articolo 55 al 139, viene descritto l'ordinamento della Repubblica Italiana, una Repubblica parlamentare in cui il Governo deve rendere conto delle sue azioni al Parlamento. Il Parlamento si compone di due Camere, la Camera dei Deputati e il Senato della Repubblica, eletta suffragio universale e dotate di pari potere legislativo. Le due camere riunite in seduta comune elegono il presidente della Repubblica, figura che rappresenta l'unità nazionale e il cui mandato dura 7 anni. Lo scopo dei padri e delle madri
costituenti non è quello di creare un modello che possa garantire Una stabilità ferrea all'esecutivo, ma piuttosto dare spazio a tutte le diverse componenti politiche. La legge elettorale a modello proporzionale che rimane in vigore fino al 1993, fa dei partiti i veri arbitri della politica italiana. I governi in carica per poter operare sono spesso costretti a formare ampie coalizioni, rendendo complessa l'alternanza tra forze politiche diverse. Questo fenomeno favorisce l'immobilismo e alimenta una certa Chiusura oligarchica della classe politica, creando via una vera e propria casta. Viene istituito anche il Consiglio Superiore della Magistratura, organo con cui si
vuole garantire l'autonomia dei magistrati e della giustizia insieme alla Corte Costituzionale. Il compito della Corte è quello di vigilare sulla conformità delle leggi che vengono promulgate rispetto ai principi costituzionali. Un altro livello di difesa contro tentativi Autoritari. Molte disposizioni relative al Consiglio Superiore della Magistratura, alla Corte Costituzionale e ai referendum restano inapplicate per anni, poiché l'assemblea costituente non può legiferare in merito. Bisognerà attendere le elezioni di un nuovo parlamento per renderle operative. Ampio spazio è dedicato all'organizzazione amministrativa del territorio. Nel titolo quinto che comprende gli articoli dal 114 al 133 vengono disciplinati Regioni, province e
comuni. L'articolo 116 in particolare sancisce l'istituzione delle regioni a statuto speciale ovvero Friuli Venezia Giulia, Sardegna, Sicilia, Trentino Alto Adige e Valle d'Aosta. Nonostante le profonde divisioni politiche, la Costituzione si afferma come un equilibrato compromesso tra le diverse forze in campo, frutto di accordi tortuosi in un periodo di forti polarizzazioni. Gli scontri maggiori tra forze politiche riguardano la religione E i rapporti con il Vaticano, ancora disciplinati dai patti lateranensi dell'11 febbraio 1929 voluti da Benito Mussolini. Per molti politici la cosa è inaccettabile. Nel marzo del 1947 la Democrazia Cristiana propone di inserire in Costituzione un
articolo in cui si ribadisca come i rapporti fra Stato e Chiesa cattolica vengano ancora disciplinati seguendo questo concordato. Inizialmente sembra che la proposta democristiana sia destinata a scontrarsi Contro il muro composto da laici, socialisti e comunisti. Contraria alla proposta. All'ultimo però Palmirotto gliatti annuncia che il Partito Comunista Italiano avrebbe votato a favore per rispettare il sentimento religioso del popolo italiano. I patti entrano in Costituzione all'articolo 7 che recita: "Lo Stato e la Chiesa cattolica sono ciascuno nel proprio ordine indipendenti e sovrani. I loro rapporti sono regolati dai patti Lateranensi. Le modificazioni dei patti accettate dalle
due parti non richiedono procedimento di revisione costituzionale. Nonostante tutte le divisioni e gli scontri, alla fine dei lavori l'assemblea costituente è unita nell'approvare la Costituzione con una maggioranza schiacciante. 453 voti favorevoli contro soli 62 contrari. La nuova carta riesce a sintetizzare ideali politici e culturali profondamente diversi, segnando un momento di coesione Storica per l'Italia. La Costituzione del 1948 rappresenta un compromesso, ma anche una promessa. Costruire un'Italia democratica, unita e capace di superare le divisioni del passato. Eppure le sfide non sono finite. Mentre la Nuova Repubblica muove i suoi primi passi, il paese si prepara ad
affrontare le prime vere elezioni politiche in un mondo diviso. I tempi per il referendum e per le costituenti sono finiti. Chi verrà scelto per guidare l'Italia? Nel 1948 l'Italia si trova ad un bivio cruciale. Le prime elezioni repubblicane non sono solo una scelta politica, ma una sfida tra due visioni opposte per il futuro del paese. Da una parte la Democrazia Cristiana, sostenuta dalla Chiesa e dagli Stati Uniti, dall'altra il fronte popolare, unito ma ostacolato dalla vicinanza all'Unione Sovietica. Sarà una battaglia senza esclusione di colpi. L'approvazione della Costituzione rappresenta una delle ultime occasioni Di collaborazione tra
i partiti italiani. Dal gennaio del 1948, infatti, prende il via la campagna elettorale per le prime elezioni della neonata Repubblica Italiana. Alle elezioni si confrontano essenzialmente due schieramenti. Da un lato la Democrazia Cristiana, allora al governo, insieme ai partiti laici minori, tra cui PSLI e PR e dall'altro i comunisti insieme ai socialisti uniti dal 1947 nel fronte popolare. Gli elettori italiani possono Quindi scegliere fondamentalmente tra due sole alternative, senza praticamente posizioni intermedie. La Democrazia Cristiana, sostenuta dalla Chiesa di Pio X che indirizza il voto dei fedeli e dagli Stati Uniti, conduce una campagna elettorale impostata
come uno scontro tra civiltà e confronto tra opposti schieramenti internazionali ed economici. Inoltre, con una propaganda spesso semplice, ma estremamente efficace, la Chiesa lancia una vera e Propria crociata contro il comunismo. Anche gli Stati Uniti intervengono contribuendo a rafforzare l'immagine della Democrazia Cristiana come alleata della principale potenza mondiale. Inoltre, i fondi del piano Marshall, fondamentali per la ricostruzione, sarebbero stati messi a rischio in caso di vittoria comunista. In sostanza, a favore della Democrazia Cristiana giocano vari fattori: le prospettive di sviluppo e benessere legate all'alleanza Con gli Stati Uniti, il rapporto privilegiato con la Chiesa e
il timore diffuso di una rivoluzione comunista. Consapevoli dei punti di forza dei loro avversari, socialisti e comunisti cercano di conquistare il sostegno dei ceti più disagiati e dei lavoratori, accantonando le aspirazioni rivoluzionarie per adottare un approccio più moderato. I partiti del Fronte Popolare puntano su toni democratico-populisti, enfatizzando Simboli figure chiave dell'identità nazionale. Garibaldi, ad esempio, viene scelto come emblema della lista del fronte. Tuttavia i partiti di sinistra vengono penalizzati dalla vicinanza all'URS, specialmente dalla politica estera di Stalin e dalle sue azioni in Europa dell'Est in quegli anni. La paura del baffone gioca pesantemente a sfavore
del fronte popolare. Alle elezioni del 18 aprile 1948 si registra un'affluenza straordinaria. Il 92% degli aventi Diritto, quasi 27 milioni di persone, si reca alle urne, spinto non solo dall'appartenenza politica, ma anche dalla consapevolezza dell'importanza cruciale del proprio voto. La Democrazia Cristiana trionfa con il 48,5% dei voti e ottiene la maggioranza assoluta dei seggi alla Camera. 305 su 574. L'influenza della Chiesa e degli Stati Uniti, la paura di perdere i fondi del piano Marshall e il timore di una rivoluzione comunista sono stati Decisivi alle urne. Socialisti e comunisti ottengono appena il 31% dei voti, perdendo
un milione di elettori rispetto al 1946 e conquistando solo 183 seggi. I socialisti subiscono il tracollo peggiore penalizzati sia dalla loro alleanza con il PC, sia dalle divisioni interne. Dall'altro lato i comunisti vengono percepiti come inadatti a governare, specialmente a causa del loro stretto legame con Mosca e della dipendenza dall'appoggio Sovietico. Un altro segnale di cambiamento nella politica italiana è l'entrata in parlamento del Movimento sociale italiano che ottiene il 2% dei voti e sei seggi. Fondato nel dicembre del 46, il partito è composto da reduci dalla Repubblica Sociale Italiana, si richiama la memoria di Mussolini
e promuove il programma economico e sociale di Salò. In Sordina l'estrema destra torna a Montecitorio. Osservando i risultati elettorali, i partiti di Sinistra vedono sfumare la speranza di poter guidare le trasformazioni dell'Italia del dopoguerra, stare alla Democrazia Cristiana e ai suoi alleati, gestire il futuro della penisola. Nonostante le lotte politiche, gli incredibili risultati elettorali, il clima in Italia rimane relativamente disteso, almeno fino a luglio del 1948, quando il paese rischia di precipitare in una guerra civile. Il 14 luglio 1948 Antonio Pallante, uno studente di Destra, spara a Palmiro Togliatti, segretario del Partito Comunista, ferendolo gravemente.
La notizia dell'attentato si diffonde rapidamente in tutta Italia, spingendo i militanti comunisti a scendere in piazza. Gli scontri con le forze dell'ordine non tardano ad arrivare. Presto le strade si riempiono di barricate, molti ex partigiani recuperano le proprie armi fino a quel momento tenute nascoste e mai consegnate alle autorità. Gli Scontri lasciano un tragico bilancio di 16 morti e numerosi feriti. I comunisti non attendono altro. Sarà questa la scintilla per la rivoluzione? In realtà no. Le agitazioni si placano nel giro di pochi giorni, grazie anche all'atteggiamento responsabile dei sindacati e dei dirigenti comunisti. Consapevole anche
che la presenza di truppe americane in Italia avrebbe ostacolato qualsiasi tentativo rivoluzionario. Ma l'attentato A Togliatti ha ampliato la frattura già esistente nel paese, aggravata dalla scelta del governo di adottare la linea più dura per gestire l'ordine pubblico. Le mie forze non sono ancora molto grandi, però sono fuori pericolo e assicuro tutti i compagni che a suo tempo saprò essere di nuovo al mio posto di lavoro. Ma non è tutto. L'aggressione al dirigente comunista contribuisce anche a spezzare l'unità che fino a quel momento aveva caratterizzato i rapporti Tra i diversi sindacati. Infatti la maggioranza social
comunista della CG proclama uno sciopero generale. Questa decisione, tuttavia, non è condivisa dai cattolici che lasciano il sindacato e fondano la Cisla. Poco dopo anche i socialisti repubblicani si distaccano dalla CGL e danno vita alla Will, l'Unione italiana del lavoro. In pochi anni l'unità antifascista che aveva portato alla liberazione del paese si dissolve lasciando spazio a nuove Divisioni. La fine dell'unità sindacale è solo l'ultimo tassello di un lungo percorso iniziato già durante la costituente. Il fronte antifascista non esiste più. Ormai sempre più saldamente nella sfera di influenza americana, anche grazie alla vittoria della DC. Arriva
in Italia quello che era stato promesso dai Gasperi durante il suo incontro con Truman, il piano Marshall. Tra prestiti americani e un apparato statale che torna a funzionare, i fondi Non mancano. L'Italia ha davanti un'occasione irripetibile per ricostruire la sua economia da zero. Ma la vera domanda è come? Con le elezioni dell'aprile del 1948, gli italiani non scelgono solo il partito destinato a governarli per i successivi 40 anni, ma anche il modello economico e la collocazione internazionale del paese. Democrazia cristiana, capitalismo, Stati Uniti. Mentre le sinistre rimangono All'opposizione, il nuovo governo democristiano può usufruire di
tutte le risorse disponibili per ricostruire l'economia. Una cosa è certa, il lavoro non sarà affatto facile. Già nei primi mesi dopo la liberazione, le forze liberali e moderate concentrano i loro sforzi nel prendere il controllo della situazione, contrastando le iniziative dei partiti di sinistra, intenzionati invece a sfruttare il momento per trasformare le fondamenta del sistema Economico italiano. Tra il 1945 e il 1947 gli economisti di formazione prefascista scoraggiano l'intervento diretto dello Stato nell'economia. Molti ritengono, infatti, che il dirigismo economico sia una caratteristica dei regimi autoritari incompatibile con i principi delle democrazie. In questo periodo i
dirigenti dei partiti di sinistra non riescono a imporre una linea alternativa a quella liberale. Questo non significa Che rimangano inattivi. Infatti continuano a sostenere i sindacati e a concentrarsi su temi centrali per la base operaiia e lavoratrice come salari e occupazione. Fino al 1947, grazie ai governi che abbracciano quasi l'intero spettro politico, la situazione rimane relativamente stabile e non vengono prese decisioni di rottura. Dopo però le elezioni del 48, quando il governo diventa espressione esclusiva del partito cattolico, le cose iniziano a Cambiare. Da un lato i partiti di sinistra, ora all'opposizione, intraprendono una battaglia impopolare
contro il piano Marshall. I cittadini italiani sono più interessati a mettere cibi in tavola e alla ricostruzione delle loro città, più che a rischio, non meglio precisato, di finire nella sfera di influenza americana. Dall'altro lato il nuovo governo democristiano avvia un intervento più deciso e strutturato. Dopo aver istituito il Ministero del Bilancio, appositamente per il tecnico Luigi Einaudi, si affida al suo giudizio conferendogli ampi poteri in ambito di politica economica. E in Audi, classe 1874, governatore della Banca d'Italia, economista, ex monarchico, di antiche simpatie socialiste, ma eletto ai tempi della costituente nella lista dei liberali,
si adopera per impostare una manovra finalizzata al risanamento del bilancio, alla riduzione dell'inflazione e al ritorno alla stabilità monetaria. Le misure introdotte dal nuovo ministro, note anche come linee in Audi, includono inasprimenti fiscali e tariffari, la svalutazione della lira per incentivare il rientro di capitali e le esportazioni e una restrizione del credito. L'obiettivo è limitare la circolazione della moneta e spingere commercianti e imprenditori a spendere e investire il denaro accumulato. L'azione di Mattei e l'ascesa dell Leni sarebbero stati impossibili senza il continuo aiuto Dello Stato che inizia a realizzare di essere l'unico attore con la
forza sufficiente per le grandi imprese che attendono l'Italia. In Audi si trova però di fronte all'opposizione degli industriali preoccupati per un possibile rallentamento del processo di ricostruzione e della sinistra timorosa di un aumento della disoccupazione. E il timore è quanto mai fondato. Con le sinistre escluse dal governo, infatti, Viene abolito il blocco dei licenziamenti e la disoccupazione supera i 2 milioni di lavoratori nel 1948. Un ulteriore elemento negativo riguarda l'utilizzo dei fondi del piano Marshall che tra il 1948 e il 1953 avrebbero raggiunto 1,3 miliardi di dollari. Nonostante la cifra ingente, gran parte delle risorse
ricevute viene destinata all'importazione di derrate alimentari e materie prime, prendendo così l'occasione di investire nello sviluppo Del paese. Nonostante la volontà di evitare un intervento diretto nell'economia, l'Italia conserva tutti gli strumenti di controllo economico, evitando così di avviare una vera e propria rivoluzione liberista. Ad esempio, l'IRI, l'Istituto per la ricostruzione industriale creato nel 1933, viene potenziato. Nonostante la sua origine risalga al regime, si ritiene che in un'economia fragile come quella italiana fosse preferibile che la Costruzione di infrastrutture rimanesse sotto il controllo statale. Questo perché né le amministrazioni locali né i privati avrebbero avuto le risorse
necessarie per affrontare da soli tale sfide. Nel corso degli anni a Liri viene affidato il compito di sostenere lo sviluppo del Mezzogiorno, rilanciare la siderurgia attraverso il piano Sinigaglia e promuovere un ambizioso piano di costruzione di opere autostradali. Laip, Azienda Generale Italiana Petroli, fondata nel 1926 come ente petrolifero di stato, viene rilanciata grazie alla scoperta di giacimenti di metano e altri gas naturali nella pianura padana. Questo rilancio è reso possibile anche dalla figura di Enrico Mattei, classe 1906, inizialmente piccolo industriale legato al regime, successivamente partigiano nelle bande cattoliche e infine grande imprenditore. Il ragioniere è
un convinto sostenitore dell'indipendenza Energetica dell'Italia nel settore dell'idrocarburi. Mattei aveva preso in mano la Jeep nel 1945 con l'espresso compito di liquidarla, ma contrariamente a quanto ordinato, era riuscito a rilanciarla portandola rapidamente in cima al mercato energetico. Sull'onda del successo con l'AGIP, Mattei spinge il governo a credere in un'Italia leader nel settore petrolifero. La DC decide di dargli fiducia e il 10 febbraio 1953 nasce Leni, l'ente nazionale Idrocarburi, con Enrico Mattei come presidente. In questi anni, grazie all'operato di Mattei, vengono siglati numerosi accordi con i paesi produttori, tra cui Egitto, Libia, Etiopia e Somalia. L'operato
di Mattei non passa però inosservato alle sette sorelle, ovvero le sette grandi aziende che controllano buona parte dei diritti estrativi e del mercato degli idrocarburi. Per il momento però l'italiano e la sua ENI non Impensieriscono troppo le sette sorelle e vengono lasciati in pace nelle loro avventure africane. Le disposizioni di Enaudi ottengono risultati positivi. I capitali esteri rientrano in Italia, i piccoli risparmiatori recuperano fiducia, i prezzi diminuiscono e la lira dopo il deprezzamento recupera potere d'acquisto. Faticosamente, grazie ad una ritrovata energia al proprio interno e agli aiuti americani, l'Italia inizia a rialzarsi. Le città tornano
a vivere, le Infrastrutture vengono ricostruite e si registrano i primi segnali di rilancio economico. Ma non è solo l'economia italiana che riparte. Ora, con il governo di De Gasper e della Democrazia Cristiana è tempo per l'Italia di mettere in mano alle riforme che la popolazione attende da quasi 30 anni, con una caratteristica mai troppa destra, mai troppa a sinistra. Questi sono gli anni del [Musica] Centrismo. Con il trionfo della Democrazia Cristiana nel 1948, l'Italia si trova a costruire il proprio futuro politico ed economico in un contesto di profonde trasformazioni. Le riforme si susseguono, ma i
problemi non mancano. Dalla riforma agraria alla Cassa del Mezzogiorno fino alla repressione delle proteste sociali, i primi anni della Repubblica segnano l'inizio di un cammino difficile verso il consolidamento della democrazia e L'integrazione con l'occidente. Durante la prima legislatura repubblicana, dal 1948 al 53, la Democrazia Cristiana domina la scena politica italiana. Nonostante abbia la maggioranza in parlamento, però continua a cercare l'appoggio dei partiti laici minori per aumentare la stabilità del governo. Il presidente del Consiglio è Alcide De Gasperi che cerca il sostegno di liberali, repubblicani e socialisti moderati. Una delle prime questioni è Trovare il sostituto
di Enrico De Nicola, capo provvisorio dello Stato e da gennaio presidente della Repubblica. Dopo una serie di votazioni molto combattute, la DC è costretta a cambiare in corsi il proprio candidato, ovvero il ministro degli esteri Carlos Forza. Puntando su Luigi Enaudi. Enaudi, liberale ed ex ministro del bilancio, viene eletto presidente della Repubblica l'11 maggio 1948 nelle prime vere elezioni presidenziali dopo la Promulgazione della Costituzione. Ottiene 518 voti grazie al sostegno di DC, socialdemocratici, PLI e PR. Socialisti e comunisti invece appoggiano Vittorio Emanuele Orlando che raccoglie 320 voti. Subito dopo la nomina di Enaudi, il governo
di De Gasperi presenta le dimissioni. Enaudi respinge la richiesta e incarica De Gasperi di formare un nuovo governo. Il quinto. La vittoria alle elezioni del 18 aprile 1948 aveva dato infatti una solidissima Base alla DC e Deaudi non ha altre opzioni se non riconfermare il partito vincitore. Il governo De Gasperi Qu si insedia il 24 maggio 1948 e presenta al suo interno, oltre la DC, anche i liberali, i repubblicani e i socialisti moderati di Saragat. Questa fase è caratterizzata da una democrazia cristiana molto forte che domina il centro dello schieramento politico ed esclude sia i
partiti di destra come i neofascisti dell'MSI e i monarchici sia Quelli di sinistra come i socialisti di Nenni e i comunisti di Togliatti. L'obiettivo dei governi dei Gasperi è riformare lo Stato in modo moderato, senza stravolgere le strutture preesistenti. Infatti i politici centristi puntano a mantenere il consenso un po' di tutti, dai contadini agli agrari, dagli industriali alle fasce popolari meno abbienti. Numerose sono le riforme promosse in questi anni, tra cui spicca la legge Fanfani del Febbraio 1949 che avvia il piano I a casa e che prende il nome da Mintore Fanfani, membro della corrente
di sinistra della DC e padre costituente. Questo programma finalizzato alla realizzazione di alloggi economici per la popolazione resta attivo per 14 anni e si conclude nel 1963. Il piano rappresenta una delle più importanti esperienze di edilizia sociale nella storia del nostro paese. L'obiettivo è duplice: ricostruire Quanto distrutto dalla guerra e offrire nuovi alloggi nelle città che in quegli anni stanno vivendo una rapida espansione. Il programma Ina Casa è un successo e porta alla costruzione di più di 300.000 alloggi, migliorando le condizioni di vita della popolazione. Ma non solo, nel 1950, tra maggio e dicembre, per
guadagnare il favore della classe contadina, viene promulgata una riforma agraria. La situazione in cui il governo arrivato nel gennaio del 50 Tramite l'ennesimo rimpasto al De Gasperi Sesto si trova ad agire è però molto complessa, poiché il movimento di occupazione dei lati fondi da parte dei contadini nato negli anni 40 è ancora attivo. La riforma mira a riequilibrare i rapporti di classe eliminando una delle principali cause di malcontento e protesta sociale con il più classico dei provvedimenti, la redistribuzione delle terre. La DC vuole redistribuire appezzamenti di terreno e aumentare il Numero delle piccole e medie
imprese agricole, rafforzando così contadini indipendenti. Grande bacino elettorale egemonizzato dal Partito Cattolico con la Confederazione dei Coltivatori Diretti, anche conosciuta come Col di Diretti, e ritenuti garanzia di stabilità e ordine. I provvedimenti riguardano all'inizio solo la Calabria, ma vengono poi estesi ad altri territori come il Delta Padano, la Maremma Toscana, il bacino del Fucino e zone di Puglia, Campania e Sardegna. Le tele dei grandi proprietari vengono quindi espropriate e redistribuite ai contadini che si impegnano a pagare allo Stato il valore del terreno ricevuto entro 30 anni. I latifondisti invece vengono risarciti con titoli di debito
pubblico. Si tratta del primo tentativo di riforma fondiaria dall'Unità d'Italia che colpisce le grandi proprietà terriere e risponde alle richieste delle masse rurali del centro sud. La riforma si Rivela però presto anacronistica e le piccole aziende agricole nate in questo periodo si dimostrano poco competitive. Inoltre non riesce a frenare l'immigrazione dalle campagne, sempre più massiccia in questi anni di sviluppo industriale. Ma le riforme non si fermano qui. Per cercare di migliorare la situazione nel Sud Italia, nell'agosto del 1950 viene istituita la Cassa del Mezzogiorno, un nuovo ente pubblico creato per promuovere lo Sviluppo economico e
sociale del meridione. Lo scopo è quello di promuovere la costruzione di infrastrutture come strade acquedotti e di dare un impulso all'economia del Sud, concedendo, per esempio, credito agevolato ad aziende ed industrie. Gli investimenti sono imponenti, 1300 miliardi di lire solo per il periodo 1951-1962. In teoria il lavoro della cassa del Mezzogiorno avrebbe dovuto concludersi entro 12 anni, ma in realtà L'ente viene sciolto solo nel 1983. Nonostante le immani e risorse investite, i risultati ottenuti sono ben lontani dalle aspettative. L'afflusso di denaro pubblico ha effetti positivi sull'economia e sulle condizioni di vita della popolazione del Mezzogiorno,
ma non è sufficiente innescare un processo autonomo di modernizzazione. Il divario con le regioni del nord non viene colmato. Per di più questa pioggia di finanziamenti a Fondo perduto viene vista dall'opposizione come un mero atto di acquisto di voti da parte della DC. Accanto alla riforma agraria, all'istituzione della Cassa del Mezzogiorno, emergono altre riforme significative che riflettono l'immagine dell'Italia di quegli anni. Tra queste spicca la riforma Vanoni dell'11 gennaio 1951 che introduce l'obbligo della dichiarazione annuale dei redditi. L'obiettivo è rendere il sistema fiscale Più equo e recuperare i capitali sottratti all'evasione. La sinistra guarda con
scetticismo alle riforme promosse dal governo, sia per motivi puramente ideologici, sia per la sua vicinanza alla classe lavoratrice. La politica economica del governo, infatti, si concentra sul contenimento dei consumi e sull'austerità finanziaria con conseguenze come disoccupazione elevata e salari bassi. I partiti di sinistra della CG in questi anni non restano Passivi. Manifestazioni organizzate riempiono le strade degenerando in alcuni casi in scontri a fuoco con la polizia. Il governo, infatti, temendo sempre la possibilità di una rivoluzione comunista non ha intenzione di mostrare alcun tipo di debolezza e nel gestire le proteste adotta la linea dura. La
polizia intensifica la repressione e vengono istituiti reparti celeri destinati a mantenere o ripristinare l'ordine pubblico. I prefetti, inoltre, Facendo anche uso di leggi e regolamenti risalenti al periodo fascista, ma ancora in vigore, cercano di limitare la libertà di riunione in aperta contraddizione con i principi sanciti dalla nuova Costituzione. Un'ulteriore violazione dei principi costituzionali è rappresentata dall'istituzione di uno schedario politico in cui vengono raccolte informazioni su individui ritenuti potenzialmente pericolosi per lo Stato. Inoltre, per colpa di questo Archivio dei sovversivi socialisti e comunisti subiscono frequentemente discriminazioni nell'accesso e nella carriera all'interno della pubblica amministrazione. Anche per
questo motivo Mario Shelba, ministro degli interni e fondatore della Celere, diventa per la sinistra il simbolo di una politica illiberale e repressiva. Ma Shelba, essendo democristiano, è anche un puro centrista. Se una parte delle sue riforme colpiscono duramente la Sinistra, nel giugno 1952 viene votata la legge scelba. Il Partito Nazionale Fascista non potrà mai essere rifondato. L'Apologia del fascismo diventa reato e infine gesti e simbologia legati al regime sono resi fuori legge. Nonostante tutto però il movimento sociale italiano, notoriamente neofascista viene lasciato in pace. Questi sono anni decisivi per l'Italia anche in politica estera, sempre
con una convinta linea proamericana. L'Italia, infatti, nel 1949 aderisce alla NATO e nel 1951 alla Ceca. I governi dei Gasperi e la Democrazia Cristiana sono convinti sostenitori sia del mondo occidentale che dell'Europa Unita. Uno dei promotori di questa apertura è Ugo Lamalfa, ministro del commercio estero nel settimo governo dei Gasperi, formatosi in luglio del 1951. La Malfa, ex leader del partito d'Azione e ora parte del Partito Repubblicano, spinge verso una Liberalizzazione degli scambi commerciali, rafforzando così i rapporti con gli Stati europei più avanzati. Il centrismo per il momento ha funzionato. A parte qualche rimpasto di
governo, la Democrazia Cristiana e De Gasperi rimangono saldamente al comando durante l'intera legislatura. Ma in 5 anni cambiano tante cose e alla chiusura del governo De Gasperi settimo nel giugno del 1953, l'ultimo della prima legislatura repubblicana, il Popolo non sembra più così ben disposto nei confronti del partito campione del centrismo con le elezioni dietro l'angolo e la situazione sempre più grigia nei sondaggi, fino a quanto si può spingere un partito ed un uomo per mantenere il potere? [Musica] Siamo ad un punto cruciale della storia repubblicana. Le elezioni del 1953, i cambiamenti della Democrazia Cristiana e
le tensioni fra i grandi partiti Italiani gettano le basi per un periodo di trasformazioni profonde. De Gasperi teme sia la crescita delle destre sia la pressione della sinistra. Riuscirà la Democrazia Cristiana a trionfare nuovamente alle elezioni? All'arrivo dei primi sondaggi, in vista delle elezioni del giugno 1953, la Democrazia Cristiana sembra aver perso terreno rispetto al 1948. Per De Gasperi però una sconfitta non può essere tollerata. Approfittando della posizione di potere, La DC decide di modificare la legge elettorale in senso maggioritario. Alla coalizione che avesse ottenuto il 50% più un dei voti sarebbe stato assegnato il
65% dei seggi. Per le tempistiche, per il suo funzionamento diventa subito ovvio che il governo De Gasperi stia costruendo una legge su misura per la Democrazia Cristiana. La sinistra e dell'opposizione ribattezzano immediatamente il provvedimento legge truffa, ma nonostante l'opposizione in Parlamento, la DC può sfruttare ancora gli ottimi risultati delle elezioni del 48. La riforma elettorale di De Gasperi viene approvata nel marzo 1953. Non tutto però va sempre secondo i piani. I risultati delle elezioni del giugno 53 sono una beffa per la Democrazia Cristiana che insieme ai suoi alleati non riesce a raggiungere il fatidico 50%
più 1 e il premio della legge truffa non viene assegnato. Nonostante tutto però la DC Rimane comunque il primo partito italiano con più del 40% dei voti. Seguono poi il PCI con il 22,6% e il PSI con il 12,7. Il risultato delle elezioni è anche l'ora della verità per molti partiti. Il partito d'azione cessa di esistere. Il Partito Socialista Democratico Italiano di Saragat non raggiunge il 5%. Il Partito Liberale Italiano si ferma al 3% e il Partito Repubblicano Italiano crolla sotto il due. Il blocco di centro guidato dalla DC che ha perso 2 milioni di
voti cede il 15% delle preferenze. Destino diverso quello delle forze espressamente antisistema. Il Partito Nazionale Monarchico sfiora il 7% dei voti, mentre ancora più a destra il Movimento sociale italiano si avvicina al 6%. Il polo democristiano si conferma in ogni caso il più forte e De Gasperi riceve da Enaudi l'incarico di formare un nuovo governo, l'ottavo sotto la sua presidenza. Il centro si è sicuramente Stretto, ma non ha ceduto. Alla ricerca di una maggioranza che lo sostenga, De Gasper inaugura la pratica della consultazione. Il presidente del Consiglio inizia a incontrare gli esponenti degli altri partiti
per ottenere gli appoggi necessari alla formazione di un nuovo esecutivo. La Costituzione non costringe rappresentanti eletti a votare secondo il loro mandato o a rimanere per forza fedeli al proprio partito. Quindi ci Sono ampi margini di manovra per chi sa sfruttare le correnti interne dei grandi partiti. consapevole di non poter contare sul sostegno della sinistra composta da comunisti e socialisti e trovandosi in difficoltà anche con gli alleati storici, De Gasperi forma per la prima volta un governo interamente e unicamente democristiano, senza nemmeno l'appoggio dei monarchici, ma l'esperimento fallisce rapidamente. Il 28 luglio il governo viene
sconfitto in Parlamento. De Gasperi getta la spugna. A quel punto il presidente della Repubblica con una procedura extraordinem si reca personalmente a casa del leader democristiano per proporgli un nuovo incarico. Ma De Gasperi, ormai settantenne, con una carriera di ben otto governi alle spalle e più di 7 anni alla guida dell'Italia, rifiuta la proposta di Enaudi. Dopo l'uscita di scena di De Gasperi si forma una sorta di governo di Transizione voluto dal presidente della Repubblica con Giuseppe Pella, esponente della DC, come presidente del Consiglio. Questo esecutivo riceve l'appoggio parlamentare di DC, PR, PLI e monarchici.
Il governo Pella, insediatosi il 17 agosto, è formato solo dalla Democrazia Cristiana come il De Gasperio, ma viene tollerato dall'opposizione per un motivo preciso. È necessario votare una legge di bilancio. Nel gennaio del 54 Pella, dopo L'approvazione della legge di bilancio, si dimette e dei Naudi chiama Mintore Fanfani alla guida dell'ennesimo esecutivo monocolore democristiano. Il governo Fanfani è però destinato a durare poco, molto poco. Infatti dopo nemmeno un mese, nel febbraio del 54, Mario Shelba diventa presidente del Consiglio mantenendo l'incarico fino a luglio del 55, quando gli succede Antonio Segni, che governa fino al maggio
del 1957. I governi di Shelbe segni non sono più monocolori, ma sono sostenuti da una coalizione composta da DC, PSDI e PLI. Infine, dal maggio 1957 a luglio 1958, Adon Zoli guida un nuovo tentativo di governo monocolore DC. I tempi però sono cambiati e il governo Zoli, con una democrazia cristiana sempre più in crisi, è costretto a cercare supporto a destra. Il suo governo monocolore si regge sul supporto esterno di due partiti, l'MSI e Il Partito Nazionale Monarchico, rimasto menomato dall'uscita dell'ala più moderata di Achille Lauro, che nel giugno del 54 fonda il Partito Monarchico
Popolare. La fine della seconda legislatura lascia in eredità una democrazia cristiana ridotta ad allearsi con i neofascisti e monarchici per continuare a governare. L'uscita di scena di De Gasperi ha lasciato una voragine nella vita politica del paese. Il democristiano si è portato via, con La sua meritata pensione, tutta la stabilità guadagnata dopo la guerra. Ma cosa è successo durante questa travagliata legislatura? Nonostante i continui cambi di governo, la politica e l'economia italiana proseguono il loro cammino. Nel 1955, ad esempio, viene approvato il cosiddetto piano Vanoni, il primo tentativo di programmazione economica della storia d'Italia. Il
piano prende il nome da Ezio Vanoni, economista e tra I fondatori della DC. L'obiettivo è superare la disoccupazione strutturale attraverso un utilizzo saggio del prevedibile aumento del reddito nazionale. Tuttavia il piano non viene mai tradotto in misure concrete. Nel dicembre del 56 viene istituito il Ministero delle Partecipazioni Statali con l'obiettivo di coordinare le attività delle aziende di proprietà dello Stato. Questa mossa evidenzia il crescente rilievo degli enti a Partecipazione statale e la volontà della Democrazia Cristiana di assumere un ruolo sempre più attivo nell'ambito economico. Finalmente, nell'aprile del 1956 si insedia la Corte Costituzionale con il
fondamentale compito di adeguare la vecchia legislazione ai principi della Repubblica e di abrugare alcune norme risalenti al periodo fascista. Nel 1958 viene istituito anche il Consiglio Superiore della Magistratura che si occupa di garantirne l'autonomia e L'indipendenza, gestendo carriere, trasferimenti, promozioni e provvedimenti disciplinari dei magistrati. Con la conclusione della seconda legislatura italiana, il paese inizia a delineare una struttura più definita, mentre la Costituzione si avvia verso una piena attuazione. Ma non è tutto. In questi anni anche i partiti subiscono profondi cambiamenti in parte a causa del ricambio generazionale nella classe Dirigente. La Democrazia Cristiana è particolarmente
coinvolta. Con la morte di De Gasper il 19 agosto del 1954. I politici a lui vicini vengono gradualmente marginati. Nel frattempo acquistano sempre più peso i rappresentanti della nuova generazione formatisi nell'azione cattolica durante gli anni 20 e 30. I nuovi volti della democrazia cristiana sono più vicini al cattolicesimo sociale e manifestano una certa critica verso l'operato dei Governi del dopoguerra. Tra loro spiccano figure come Aldo Moro, Paolo Emilio Taviani, Mariano Rumor e Amintore Fanfani. Nel luglio 1954 Amintore Fanfani diventa segretario della Democrazia Cristiana e avvia un processo di riorganizzazione del partito. Il suo obiettivo è
sganciarlo dall'influenza di Confindustria, orientandoli invece verso l'industria di stato, il cui fare è Leni guidata da Enrico Mattei. Se questa svolta Sicuramente contribuisce a svecchiare la Democrazia Cristiana e di conseguenza la politica italiana, crea però le premesse per quel rapporto fra potere partitico ed economia pubblica che negli anni sarà fonte di grandi problemi. Inizialmente Fanfani non modifica la linea centrista tracciata da De Gasperi. Questo almeno fino al 1955 con le elezioni di Giovanni Gronchi a presidente della Repubblica. Democristiano di sinistra, Gronchy, viene eletto contro le indicazioni della Segreteria del partito grazie ai voti congiunti di
DC, socialisti e comunisti. Infatti, nonostante l'apparenza, la Democrazia Cristiana non è un blocco monolitico. Numerose correnti dividono in macrogruppi i rappresentanti democristiani, portandoli ad agire spesso contro gli interessi dello stesso partito. e le modalità di voto per il presidente della Repubblica, con scrutinio segreto, sono perfette per i franchi tiratori. Politici che, per Proprie convinzioni di disaccordo con la segreteria del proprio partito o per mero interesse personale, votano contro le indicazioni dello schieramento di appartenenza. Dopo questo voto e con l'uscita di scena di Enaudi, ultimo grande lascito della politica di De Gasperi, la dirigenza della DC
comprende che i partiti socialisti sono ormai diventati interlocutori quasi indispensabili per qualsiasi tentativo di allargamento della Maggioranza, anche perché la Democrazia Cristiana non è l'unico grande partito in trasformazione in questi anni. Il PSI tra il 1954 e il 1955 allenta i suoi legami con i comunisti e si mostra sempre più aperto al dialogo con i cattolici. Questo cambiamento si accentua dopo le rivelazioni del 20eso congresso del Partito Comunista Sovietico del 1956 e l'invasione dell'Ungheria nello stesso anno. I socialisti guidati da Pietro Nenni prendono le distanze in modo definitivo dall'Unione Sovietica. Pur mantenendo l'obiettivo di un
cambiamento radicale della società, il PSI si dichiara pronto a collaborare con una politica di riforme. Il cambio di linea ha successo e il PSI recupera consensi. Le azioni dell'Unione Sovietica hanno un impatto anche sul PC. Il partito prende le distanze da Stalin e rivendica una certa autonomia dall'URS, pur continuando a restare fedele al modello Sovietico ed evitando di condannare l'invasione dell'Ungheria. Ci sono ora tutte le premesse per impostare una politica di riforme e l'Italia, che nonostante tutto sta vivendo la più rapida espansione industriale della sua storia, ne ha bisogno. Con l'uscita di scena di De
Gasperi si chiude un'epoca per la Democrazia Cristiana e per l'Italia intera. La stabilità costruita nel dopoguerra lascia spazio a un paese in cerca di nuove certezze. Un'Italia Diversa si affaccia sul futuro. Il boom economico è alle porte e con esso un mondo nuovo fatto di sfide, opportunità. e profonde trasformazioni.