[Musica] Ad Atene, nel V° secolo avanti Cristo, nasce un nuovo sistema politico: la democrazia. In un regime democratico, la politica si fa attraverso il confronto e lo scontro di idee. Il regime democratico diventa l'occasione per l'ascesa politica di figure che puntano ad avere successo grazie alla loro capacità di ottenere consenso intorno alle proprie posizioni politiche.
In questo contesto, fanno la loro comparsa nuove figure, dei professionisti che si mettono al servizio di chi vuole fare carriera politica. Questi personaggi vengono chiamati sofisti; il termine indica che questi mettono la loro sapienza in vendita. Essi si pongono, infatti, come obiettivo quello di fornire quel bagaglio di abilità necessario a ottenere consenso politico.
Nella loro concezione, infatti, le virtù sono considerate quell'insieme di qualità che permettono di eccellere nella vita pubblica. In particolare, i sofisti si distinguono per la loro capacità di insegnare l'arte della retorica, ovvero quell'insieme di tecniche in grado di produrre discorsi convincenti e ottenere una larga approvazione. Questo approccio porta i più importanti sofisti non soltanto a presentarsi come professionisti che educano gli aspiranti politici, ma a farsi essi stessi intellettuali e filosofi, prendendo posizione in merito alle più importanti questioni politiche e culturali.
Su vari temi affrontati, i sofisti esprimono posizioni in contrasto gli uni con gli altri, proprio perché spinti dall'idea che non esista una sola verità assoluta. In questo senso, l'approccio che è comune a tutti i sofisti è piuttosto quello di mettere in discussione i valori più tradizionalmente diffusi, arrivando ad esprimere visioni filosofiche anche molto spregiudicate. Facciamo degli esempi di questo dibattito filosofico, andando a vedere le posizioni più importanti espresse dai sofisti in merito a questioni come la concezione della storia, la questione della religione e il problema delle leggi.
Rispetto alla questione della storia, i sofisti sviluppano un'idea legata al concetto di progresso. Protagora, ad esempio, sostiene che l'uomo è l'unico animale in grado di trasformare il mondo circostante grazie alla tecnica. La tecnica più importante per Protagora è la politica, ovvero l'arte del vivere insieme.
Da questo punto di vista, il sofista esalta la polis, intesa come sintesi del vivere in comune. Una posizione simile è espressa da Prodico, il quale esalta in particolare il valore del lavoro: tramite esso, infatti, l'uomo riesce a costruirsi ciò che nulla gli dei hanno concesso agli uomini. Dice Prodico: in sintesi, l'importanza di queste riflessioni sta nel fatto che compare una visione dell'uomo come costruttore di progresso e civiltà, una concezione che nella cultura europea si affermerà pienamente tanto dal Rinascimento, ovvero nell'età moderna.
I sofisti discutono poi sul problema della religione, mettendo in discussione l'impostazione tradizionale. Protagora afferma, ad esempio, che degli dei non sono in grado di sapere né se sono né se non sono, né quali sono; la sua è la prima affermazione filosofica di agnosticismo, ovvero il sostenere l'impossibilità di affermare una verità rispetto alla religione. Ancora più drastica è la posizione del sofista Crizia, che arriva ad affermare che la religione è un'invenzione dei governanti che usano le divinità per creare leggi e comportamenti per controllare e punire la popolazione.
Uno dei temi, però, più dibattuti dai sofisti è quello della natura delle leggi. La domanda che questi si pongono, infatti, è se le leggi siano inventate dagli uomini, perché bisogna rispettarle. Di nuovo incontriamo, innanzitutto, Protagora, il quale sostiene che l'uomo, per realizzarsi, ha bisogno di vivere in società, la quale non esiste senza leggi.
Le leggi sono dunque il mezzo per permettere all'uomo di realizzare la propria natura sociale; in tal senso, la loro giustificazione risiede nella loro utilità. In un altro sofista, Ippia di Elide, abbiamo invece una prima distinzione che poi ritroveremo più volte nella storia della filosofia: la distinzione fra una legge naturale, immutabile, e le leggi delle società umane, che sono invece modificabili in base al contesto. La prima legge, quella naturale, è valida sempre e per tutti, quindi è in grado di unificare gli uomini.
Da questo punto di vista, Ippia esprime una visione cosmopolita, ovvero quel sentimento di volontà di superamento dei confini per sentirsi cittadini del mondo. Dal cosmopolitismo si giunge così alla visione ugualitaria degli uomini, che nella cultura greca è una grande novità, che era stata anticipata soltanto da Democrito. Il problema delle leggi viene affrontato, infine, in maniera diversa da altri sofisti.
Trasimaco di Calcedonia e Crizia sostengono, infatti, che la legge rappresenta solo uno strumento dei potenti per tutelare i propri interessi; questa posizione è invece ribaltata da Callicle, il quale sostiene che in natura esiste solo la legge del più forte, quindi le leggi degli Stati sono inventate dai deboli per tutelarsi dai più potenti. Con questa rapida rassegna, siamo entrati in contatto con il modo dei sofisti di esprimere le proprie opinioni. A questo punto, ci possiamo focalizzare sui due più importanti filosofi sofisti: Protagora, che abbiamo già incontrato, e Gorgia, i quali hanno espresso due posizioni filosofiche anche in contrasto fra di loro, ma accomunate dallo stesso approccio, ovvero il voler superare l'idea che esistano verità assolute e indiscutibili.
La posizione di Protagora è definibile come relativista, quella di Gorgia come scettica. Cerchiamo di capire la differenza. La visione filosofica di Protagora è racchiusa nella sua frase più celebre: "L'uomo è misura di tutte le cose, di quelle che sono in quanto sono, di quelle che non sono in quanto non sono".
Una sentenza che a prima vista sembra soltanto un gioco di parole, ma che esprime in realtà un concetto molto chiaro: non esistono verità assolute, ma solo verità espresse dagli uomini. La parola chiave in questa frase è "misurare"; la misura delle cose dovrebbe rimandare, infatti, ad un'idea di oggettività, ma nel momento in cui Protagora afferma che l'uomo è la misura di tutto, vuol dire che ogni valore è determinato dall'uomo stesso. Non esiste una misura, ovvero un valore universale assoluto, ma soltanto relativo all'uomo che lo esprime.
Ma attenzione: Protagora, con poche parole, vuol dire molto. Quando usa la parola "uomo", sta. .
. Infatti, dicendo "uomo" come individuo, ma anche come civiltà e come umanità stessa, quando dice "uomo" come individuo, Protagora intende dire che gli uomini conoscono la realtà tramite i sensi e dunque esistono tante verità conoscitive quante sono gli uomini. Quando invece dice "uomo" come civiltà, ci vuol dire che ogni gruppo sociale esprime una certa cultura e certi valori.
Dunque, non esistono valori culturali assoluti, ma soltanto valori relativi alla civiltà che li esprime. Infine, quando intende "uomo" come umanità, ci sta dicendo che l'intera realtà non si manifesta all'uomo nella sua totalità, ma è l'uomo a coglierla attraverso una certa prospettiva, attraverso parametri che sono legati all'uomo in quanto tale, in quanto specie. Riassumendo questi tre concetti, quello che vuol dire Protagora è che l'uomo giudica la realtà in base ai propri sensi, in base alla propria espressione culturale e in base alla sua appartenenza alla specie umana.
Nel complesso, questa posizione filosofica è definibile come relativista, perché quello che Protagora intende dire non è che non esista nessuna verità, ma che esistono tante forme diverse di verità, ognuna legittima nella sua relatività, ovvero nel suo essere uno dei tanti punti di vista possibili. Diverso è invece quello che sostiene Gorgia; la sua posizione scettica è espressa nel suo scritto "Sul non essere", un titolo che ha un chiaro riferimento polemico nei confronti di Parmenide, il quale sosteneva che solo l'essere può essere pensato e conosciuto, mentre il non essere non può essere né pensato né conosciuto. In risposta a Parmenide, Gorgia sostiene che l'essere non esiste.
Infatti, dice Gorgia, mentre Parmenide sostiene che l'essere è unico, ingenerato ed eterno, non esiste in realtà nulla al mondo che abbia queste caratteristiche. Ma poi dice Gorgia che se anche l'essere esistesse, andiamo al secondo punto: non sarebbe in ogni caso conoscibile. L'uomo può infatti pensare anche al non essere, ovvero a cose che non esistono, ad esempio agli asini che volano.
Questo vuol dire che l'uomo non ha strumenti veri per distinguere fra essere e non essere; dunque non ha strumenti veri per una conoscenza adeguata delle cose. In ogni caso poi, e andiamo al terzo punto che chiude il suo ragionamento: se anche l'essere esistesse e fosse conoscibile, esso non sarebbe comunque comunicabile. Perché, ad esempio, una cosa è sentire un certo profumo, un'altra cosa è parlare di quel profumo; le due cose non coincidono pienamente.
Tutti questi passaggi sono anche riassumibili nella formula: il non essere non esiste; se esistesse, non sarebbe conoscibile; se fosse conoscibile, non sarebbe comunque esprimibile. Questa formula esprime appieno la cultura sofista, ovvero l'idea che attraverso l'abilità retorica si possono sottoporre a critica le posizioni altrui. Allo stesso tempo, esprime la visione propria di Gorgia, ovvero l'idea che non esiste nessuna forma di verità definitiva.
Da questo punto di vista, Gorgia si colloca diversamente rispetto a Protagora: mentre in Protagora abbiamo un relativismo, ovvero l'idea che esistono verità diverse relative a chi le esprime, in Gorgia domina l'idea che nessuna verità può essere espressa. Questa posizione è dunque definibile come scettica. Lo scetticismo è infatti quell'approccio filosofico secondo il quale non si può mai esprimere un giudizio ultimo sulle cose.
In Gorgia poi ritroviamo anche un'altra questione, ovvero un'analisi della tragicità dell'esistenza umana. Questa analisi la ritroviamo in particolare nello scritto "Encomio di Elena", ovvero "Elogio di Elena". In quest'opera, Gorgia parla del personaggio di Elena, che secondo la leggenda viene presentata come responsabile della guerra.
Gorgia, nella sua opera, ribalta questa visione proponendo quattro possibili ipotesi per le quali Elena non sarebbe realmente responsabile delle sue azioni: 1. Elena potrebbe aver agito seguendo il destino e dunque sottoposta a una forza più grande di lei. 2.
Elena potrebbe essere stata rapita da Paride e dunque costretta con la forza. 3. Elena potrebbe essere stata persuasa dalle parole di Paride, e le parole possono avere una forza di convincimento che non può essere contenuta.
4. Elena potrebbe aver agito per amore e, quindi, sottoposta a un condizionamento non controllabile. La conclusione comune a queste quattro ipotesi è che, in ogni caso, Elena non ha colpe perché non è lei stessa responsabile delle sue azioni: in qualche maniera è stata condizionata da qualcosa che va al di là del suo libero arbitrio.
Utilizzando il personaggio di Elena, Gorgia vuole presentare l'idea che gli uomini vivono in una dimensione tragica perché non sono pienamente responsabili delle loro azioni, ma sono preda di altre forze e in balia di un destino che non può mai essere veramente controllato. Giunti a questo punto, possiamo trarre una serie di conclusioni sull'eredità dei sofisti. Sulla loro stagione si è formato nel tempo un pregiudizio negativo, tanto che lo stesso termine "sofista" viene solitamente utilizzato con una connotazione critica.
Le critiche che sono state rivolte ai sofisti sono tre in particolare: 1. Quello di aver reso la cultura una merce da vendere. 2.
Quello di aver creato un modello politico immorale, da cui deriva l'idea che non esistono valori reali, ma solo la capacità spregiudicata di far valere le proprie opinioni attraverso gli artifici della retorica. 3. Quello di aver sminuito la ricerca filosofica della verità e di aver posto tutte le verità sullo stesso piano.
L'idea complessiva che emerge da queste critiche è che i sofisti siano sostanzialmente degli ingannatori, manipolatori di verità. La forza di questa critica è legata in particolare a figure come Platone e Aristotele, che hanno assunto i sofisti come bersagli polemici dei loro scritti, proponendo un'idea filosofica completamente opposta, ovvero quella che la filosofia sia la ricerca di verità stabili. Col tempo, questa concezione negativa dell'eredità sofista è invece ribaltata e si sono messe in rilievo soprattutto le innovazioni che i sofisti hanno prodotto.
Due in particolare: la prima, quella di aver spostato l'attenzione della ricerca filosofica dalla natura e dall'essere all'uomo. I sofisti sono infatti i primi filosofi che assumono come centro della loro riflessione la natura umana e le verità culturali e sociali che l'uomo può. Esprimere, in secondo luogo, aver cambiato la concezione della virtù rispetto a un modello in cui il valore di una persona è determinato dalla nascita, dalla posizione sociale e dalla famiglia di provenienza, i sofisti hanno affermato che, attraverso l'educazione, si può affermare la propria individualità.