Mi è stato chiesto di fare una riflessione. Cercherò di essere di essere nei tempi. prendersi cura significati antropologici ed etici dell'assistenza alla persona.
Allora, vorrei partire da una riflessione generale sul fatto che l'evento malattia è di per sé un evento disvelante, cioè in particolare quando la malattia rompe nella vita di una persona va a svelare tutta una serie di aspetti che normalmente vengono celati, nascosti o semplicemente non emergono. E questo coinvolge sia la persona, cioè il soggetto del dell'evento patologico, ma anche la sua rete in qualche modo relazionale. Quindi è un evento che svella.
Tanto che abbiamo notato che certe volte è così dirompente la malattia quando entra nella vita di una persona che fa saltare gli equilibri. Si possono separare famiglie per eventi del genere, possono saltare rapporti anche d'amicizia perché è un evento così impattante. Ovviamente non stiamo parlando di un calo, stiamo parlando di qualcosa di concreto.
Grazie. Questo veramente mi aiuta. Ringrazio l'idea di girare la camera perché almeno ci vediamo.
Oh, ma semplicemente perché Maria Teresa e Maurizio li conosco bene, ma ha voluto sapere, ecco, vederli. Eh, bene, è un evento di svelata, quindi in qualche modo irrompe nella vita di una persona e fa emergere tratti della sua personalità e mette in crisi le relazioni. Quindi reggere l'impatto della dell'evento malattia non è sempre spontaneo.
Perché dico questo? Dico questo perché alla base della mia riflessione che vorrei condividere con voi c'è un un'evidenza, secondo me, sempre più determinante sul fatto che la società moderna, uomini e donne stanno rifiutando completamente il loro rapporto con la fragilità. Abbiamo un percorso abbastanza evidente in cui viene negata la fragilità.
abbiamo una tendenza sociale al mio estremamente performante, sempre vincente. In questo, ovviamente la proiezione sociale che fanno i media orienta pesantemente eh la vita delle persone e in questo senso l'idea di fragilità viene totalmente negata, anzi deve essere così performante e così impattante che deve rispondere a dei modelli. E i modelli sociali a me sembra siano particolarmente irraggiungibili.
Sono modelli sociali proiettati verso una figura di uomo e di donna che deve rispondere a dei canoni che in genere sono standard e uomini e donne sentono di non essere sufficientemente capaci di rispondere a quegli standard. Che cosa succede? L'io performante e vincente crolla davanti all'evento malattia perché è un evento imprevisto e in qualche modo emerge una fragilità che fino a quel momento era nascosta o negata.
Quando dico fragilità, devo fare una piccola distinzione terminologica che mi aiuta sempre, cioè il fatto che per fragilità io intendo quella dimensione antropologica della persona che è connaturale con la persona stessa, non ha nulla di difettoso, nulla di problematico, nulla di da essere corretto, ma è semplicemente la condizione della persona. Altro termine che invece uso con un'accezione diversa è la vulnerabilità e cioè quando la fragilità viene messa a rischio. Credo che la cura possa essere definita come la capacità di riportare la vulnerabilità in condizioni di sicurezza, in una fragilità gestita, in una fragilità equilibrata che oggettivamente va benissimo, ma resta una fragilità e quindi in qualche modo va tutta l'alta.
Nel percorso che state facendo sulla riflessione su Kir Robot è evidente che l'uomo ha sempre creato delle macchine, soprattutto nei secoli recenti, per fare ciò che gli costava caro. Fondamentalmente lo sviluppo della tecnologia e delle macchine vanno in sostituzione dalla persona laddove ci sia un impegno oneroso, rischioso, problematico e quindi l'uomo tendenzialmente non vuole fare quel determinato tipo di lavoro. Così nascono le macchine, così nasce l'industrializzazione, così nascono tutte quelle spinte a sostituire l'azione dell'uomo con un'azione mediata da strumenti tecnologici.
È chiaro che se in miniera posso mandare un uomo macchina, ragionevolmente manderò una macchina e questo in qualche modo aiuta l'uomo, ha aiutato l'uomo a lavorare meglio, a lavorare in condizioni di sicurezza e anche perfino ad ammalarsi di meno. È chiaro che le usa all'uomo queste cose per fare tutto ciò che gli crea difficoltà, gli crea problema in tutte le sue accezioni. In qualche modo sto tratteggiando un'idea di relazione con la macchina piuttosto utilitaristica, ma mi sembra corretto in qualche modo, cioè io vado a delegare la macchina ciò che in qualche modo o non posso fare o non voglio fare o mi crea difficoltà.
In questo senso noi stiamo assistendo ad un percorso a livello sanitario che posso provare a a definire una linea di disimpegno. La linea del disimpegno è nata grosso modo dopo il Covid, nel momento in cui c'è stata una revisione completa del rapporto delle persone con la condizione di malattia, con la condizione di sofferenza e abbiamo riletto anche le relazioni perché l'evento distanza sociale in qualche modo era necessario dal punto di vista sanitario. ha inciso molto anche sul tema delle relazioni.
C'è una fuga che vediamo dalle professioni di cura, in particolare dalle professioni sanitarie perché ritenute troppo onerose. Uno degli elementi che appare evidente anche nel dialogo con i ragazzi, non è tanto il tema del riconoscimento, dello stipendio, del, come dire, della valorizzazione anche del percorso professionale, quanto piuttosto il tema della fatica da fare per essere infermiere. Professione infermieristica è la prima che è saltata del forte rapporto con il paziente, il tema dei turni, il tema delle domeniche.
Questo ha creato quella che credo sia nota, insomma, a tutti noi perché è sui giornali quotidianamente il tema della carenza del personale infermieristico. 40. 000 80.
000 a seconda delle versioni mancano e ci stiamo arrabattando dove trovare queste persone in giro per il mondo. Ci ha molto sorpreso questa linea di disimpegno nei confronti della cura perché fino a pochissimi anni fa noi nelle facoltà diberistica con i test coprivamo chiaramente tutti i posti disponibili e mandavamo a casa una quantità enorme di ragazzi. Adesso abbiamo due sedi eh accademiche, abbiamo anche, come dire, ridimensionato le cose perché i posti restano vuoti.
Che cosa è successo? Ripeto, a me francamente la valutazione dello stipendio basso non convince completamente. È chiaro che se ci fosse qualcosa in più saremo molti più contenti, però secondo me c'è un disimpegno nei confronti delle professioni di cura.
Mi spingo oltre dicendo che la professione che il medico tiene mantiene a livello di impatto sociale perché ha sempre meno rapporto col paziente. Quindi, per esempio, le specialistiche che in qualche modo hanno più vicinanza con le persone, sembra che siano quelli un po' meno appetibili, come i medici di base, che non vogliono andare a curare le persone eh nei luoghi di provincia. La linea del disimpegno porggia in qualche modo il mio ragionamento sul tema della crisi della relazione con le persone.
Cioè, in altre parole, mi sembra di leggere fortemente una società che va disegnando percorsi molto individualistici, molto molto centrati su se stessi, sulle proprie soddisfazioni, su ciò che voglio fare, su ciò che mi fa star bene e chiaramente l'interesse verso l'altro va in secondo piano. C'è una gripisi della relazione da questo punto di vista che è sparmabile su molti argomenti. Ovviamente non hanno tempo per fare una casistica, ma provate ad immaginare anche semplicemente nelle relazioni affettive quanto è difficile un'idea di gratuità all'interno ad una relazione affettiva.
Tante coppie vanno in crisi semplicemente perché non trovano quella risposta che si aspettavano, o meglio la trovano il primo anno, il secondo e poi si passa all'esperienza successiva. Perché? Perché il bene dell'altro, la soddisfazione dell'altro comunque deve venire dopo il mio bene, la mia soddisfazione, ciò che io considero essere in qualche modo la mia vita e che cosa non mi aspetto della mia vita.
In questa fatica relazionale rientrano tutta una serie di casistiche e non lo so un po' banalmente però mi sembra di leggere che chiaramente il rapporto con l'altro mi interpella, il rapporto con l'altro mi mette in crisi, l'altro non risponde ai canoni che io mi aspettavo e in qualche modo mi crea difficoltà. Eh, la fatica della relazione incide fortissimamente sui nostri percorsi e lo riscontriamo dovunque, Franca niente, cioè in un disinteresse nell'altro del destino dell'altro che passa attraverso semplicemente l'affermazione di questo contesto sociale incide enormemente sulle dimensioni della cura perché chi si mette a primo piano mette al primo posto il bene dell'altro e è evidentemente conocrente. Chi e vuole riconoscere il valore del sacrificio della cura dell'altro è evidentemente marginale.
Qui c'è un'affermazione di me che che in qualche modo è porta a delle scelte e delle conseguenze. Come dicevo prima, mi sembra di poter dire che la crisi Covid e post Covid in qualche modo abbia accelerato queste queste dimensioni e in particolare nel mondo della cura e della sanità, perché eh dopo la retorica devastante degli eroi, dopo la retorica eh dei medici, degli infermieri che hanno sacrificato la vita, palle clamorose, l'unico risultato che abbiamo ottenuto da mostrare quelle quei volpi segnati dalle maschere devastati, quelli che dormivano sul sui tavoli di lavoro. Eh l'effetto unico principale che io ho notato è stato di dire "Ma chi me lo fa fare a fare quella vita?
" Insomma, io non voglio fare un ventenne, chiaramente che vede una situazione del genere, eh riconosce un futuro assolutamente devastante, quindi cercherà qualcosa di meglio, andrà verso qualcosa di più soddisfacente. Il mancato incontro con la mia fragilità, la linea del disimpegno e la crisi, la fatica nelle relazioni creano uno scenario che in qualche modo mette in crisi il sistema. A me dispiace molto quando sento delle critiche feroci verso il servizio sanitario nazionale che va tutto male, che c'è una grossissima crisi, è tutto lo sfascio, ci sono, come dire calate di inchiostro, paginate sui giornali.
In realtà noi abbiamo un grande servizio sanitario nazionale fatto da uomini e donne che spendono la loro vita per il bene dell'altro, per assistere quelli che ne hanno bisogno, ma sempre meno a livello sociale viene riconosciuto anche il loro ruolo e credo che si siano stancati, si siano molto stancati di questa cosa, siano profondamente anche arrabbiati contro il sistema perché a forza di dire che va tutto male, forse riusciremo a mandare tutto male. Credo che tra voi ci siano persone che sono uscite dall'Italia e credo che il paragone sia impietoso, ma anche facile. Ogni volta che si esce dall'Italia, cioè da sistemi universalistici di accesso alle cure, si creano, si scontrano con sistemi completamente diversi in cui se non hai una buona carta di credito, una buona assistenza sanitaria non verrai durato.
Ecco, questo non lo diciamo abbastanza. Non diciamo abbastanza che dietro questo c'è una visione antropologica forte di rispetto della persona. Dietro questo c'è un sistema creato nel 1978 che aveva esattamente questa come visione, cioè la persona e la persona quale che sia la sua condizione va curato.
Ma se cade questo presupposto antropologico rimane lo stipendio e la soddisfazione personale. E allora a fronte di questi due scenari dobbiamo decidere che tipo di società vogliamo costruire nel futuro. Se una società veramente incentrata sulla persona in cui la persona ha un ruolo fondamentale nella costruzione del bene comune, anche della mia felicità, oppure semplicemente a un'affermazione personale e quindi a livello personalistico da miei soldi cerco di lavorare il meno possibile e poi gli altri pazienza per chi non può curarsi.
Mi dispiace, ma è un peccato. A questo punto nasce il problema che i malati non diminuiscono, anzi aumentano, ma diminuisce la gente che li vuole curare. I numeri li conosciamo, carenza di personale, carenza di servizi.
Veniamo da 20 anni di finanziamento del servizio sanitario nazionale. Oggettivamente la dopo dal Covid in poi il trend è stato invertito. Adesso ci troviamo al momento di crisi di fatica in cui questa ruolo, questa realtà non sappiamo a chi farla fare.
Il tema di fondo è che le patologie si sono cronicizzate, l'età media è esplosa, quindi le persone vivono di più di più, non abbiamo spazi, soldi, ma soprattutto non abbiamo persone per curare. Ci ritroviamo davanti a degli scenari improvvisati, per me poco probabili nel senso di di qualità della cosa, però siamo in una situazione di emergenza e quindi che cosa facciamo? chiamiamo dall'estero persone che vengano a lavorare nelle nostre strutture che non hanno forse parzialmente le competenze, ma sicuramente non hanno le competenze linguistiche per relazionarsi con i nostri pazienti.
è una risposta di tipo prestazionale, è una risposta di tipo efficientista in cui fondamentalmente eh per erogare la terapia speriamo che almeno capisci l'etichetta del farmaco e quindi in qualche modo speriamo che lo scambi un farmaco con l'altro, il paziente uno o il paziente du. Gli innesti di personale sanitario sono molto molto problematici. Lo dico perché ormai da 3 anni seguo un programma specifico che abbiamo chiamato Samaritano Scare in cui ho creato una fondazione si facciamo convenzione con l'Università Cattolica all'estero.
In questo momento lavoriamo in sette paesi: Perù, Argentina, Repubblica Democratica del Congo, Cameron, Nigeria, Tanzania, Andraprades e Cannata. In India lavoriamo con queste persone cercando di creare un movimento di scambio di professionisti, perché lì ce ne sono che vengano a a svolgere la loro professionalità. è estremamente complesso perché ci sono barriere culturali enormi e c'è il problema della lingua e in questo momento noi abbiamo inserito nelle nostre strutture persone che non hanno una conoscenza adeguata della lingua, ma grazie alle deroghe che sono state date in tempo di Covid continuiamo a far entrare persone che diciamo in qualche modo stanno imparando la lingua sul posto e questo però deroca completamente amente a un concetto di cura come relazione, deroga completamente a un'idea di accompagnamento del paziente perché la persona che non è in grado di entrare in un rapporto empatico con il paziente eh a malapena riesce a fornire la prestazione.
mi viene risposto almeno facciamo quello. Intanto, ok, sono d'accordo, però è evidente che se io non riesco nemmeno ad esprimere il mio bisogno di fronte al curante, perché il curante non mi capisce, eh io vivrò una condizione di maggiore isolamento. L'altra briera gigantesca che abbiamo di fronte è quella burocratica, ma ve la tralascio perché è veramente eh molto molto complessa.
Quindi andiamo verso una deriva ulteriormente prestazionistica in cui fondamentalmente erogo la terapia. L'altro scenario che si va tratteggiando in questa visione un po' fuocusca, ma poi cercherò insomma di dare anche alcuni elementi positivi alla fine della mia relazione. L'altro scenario, l'alternativa la delega macchina.
Come dicevo in premessa, eh l'uomo ha sviluppato simulatori di un'attività propria delegandola alla macchina. Quindi il robot fondamentalmente emerge in un contesto in cui eh non voglio prendermi cura degli altri, fondamentalmente faccio fatica a prendermi cura degli altri. Questo mi provoca, mi interroga perché il confronto con la fragilità dell'altro è un problema.
Eh, i K robot Robot nascono nel contesto in cui mancano persone per questa ragione e quindi scatta il ciclo di delega. Ora io non ho nulla contro il K robot Robot in in senso generale. Il piano di fondo rimane che tipo di modello assistenzialistico vogliamo creare, perché ci sono studi in America estremamente interessanti citati recentemente anche da Paolo Ben l'intelligenza artificiale attraverso un sistema di consulto telefonico hanno fatto il classico studio in doppio ciego.
Le persone che chiamavano non sapevano se dall'altra parte avevano un medico o il dottor Emy che era un'intelligenza artificiale che rispondeva alle domande. Alla fine dello studio hanno certificato che il dottor Emy, cioè il chatbot di intelligenza artificiale era più empatico del medico stesso, quello vivo. E è ragionevole perché il dottor Emi intelligenza artificiale non si è stanc, non ha problemi a casa, probabilmente non è sposato e questo risolve già una parte dei problemi della vita e quindi è molto più performante per certi versi.
Ok? Ma in base a quali criteri rispondo al di là del telefono, questo è da verificare di persona, cioè nel rapporto con il robot, mi chiedo mi chiedo quale sia la dimensione, l'impatto reale sulla persona, perché bene o male se viene umano posso stabilire una relazione. pieno l'umanoide, mi interrogo su quale sia realmente il concetto di Google.
A a margine segnalo così, ma proprio per confondervi le idee, le norme implemento la l'innalzamento totale di eh utilizzo e di ricerca di animali da compagnia post Covid, cioè ci sono delle statistiche dicono si sono quadruplicate la presenza di animali da compagnia nelle famiglie a partire dal Covid. Non ci sto costruendo delle leggi di fisica, però non posso ignorare in alcun modo questi fatti. Quindi c'è un trend estremamente pesante che parla di solitudine e la solitudine è l'altro elemento sociale determinante.
Io a marzo di quest'anno abbiamo fatto un convegno con il tavolo la salute mentale. Il titolo che hanno scelto i professionisti della salute mentale è stato Le grandi solitudini perché è emerge in maniera preponderante il tema della solitudine dei bambini, degli adolescenti, dei giovani fino alla solitudine degli anziani. che il robot può essere una soluzione, può essere un palliativo, non lo so, non sono qui per dare la risposta a questa domanda, la darete voi alla fine del vostro percorso.
Rimane il fatto che riapplichiamo un principio diga alla macchina di una cosa che non vogliamo fare. Io non penso che nessuno di noi abbia intenzione di creare una macchina per divertirsi a posto nostro. Il divertimento, la soddisfazione personale, la la cosa vogliamo viverla noi.
Facciamo fare agli altri quello che non vogliamo. Ok? Non posso dire a Sky Robot, "Per favore, mangiati una matriciana a posto mio, così avrò per grande soddisfazione alla macchina.
Faccio fare quello che non voglio fare. " E ho l'impressione però che questo abbia un impatto molto molto forte. Quando mi si dice che mancano le risorse, che il robot può essere più performante per certi versi anche più economico, io mi chiedo sì, va bene, delegoo la macchina, ma poi perché?
Per fare cosa? Mi sembra di vedere una vita bilico tra edonismo e depressione, perché vogliamo tutti stare estremamente bene, ma ci priviamo anche della fatica e la fatica, la sfida, l'impatto è qualcosa che genera crescita. Invece in questo momento noi andiamo a cancellare completamente l'idea di fragilità e di sfida in nome di una vita tranquilla, ma che poi genera insoddisfazione perché è la sfida stessa che porta il risultato.
Mi avvio alla conclusione per stare nei tempi. due riflessioni, una una risposta possibile a fronte di questo scenario che ho tratteggiato e chiedo scusa per la confusione che potrei avere generato e poco approfondimento, ma il tempo non mi permetteva altro. La risposta possibile io la pesto dal Vangelo e è quella risposta che dà questo Signore che dopo essersi preso cura in prima persona di un ferito lo affida a qualcuno e gli dice quella frase che è rimasta piuttosto storica: "Curam ilusabe, prenditi cura di lui".
e ci rimette addirittura i soldi. Ci rimette perché aveva una valenza empatica, umana, antropologica. Mi piace sempre sottolineare che prima di lui erano passati un paio di preti, un prete, un dottore e quindi erano molto impegnati.
Probabilmente c'avevano una riunione col vescovo e stavano guardando il cellulare nel momento in cui so passati erano distratti e con la coda dell'occhio non hanno visto il ferito. Questo che probabilmente non c'aveva il cellulare si guardava intorno e ha visto una persona ferita. è intervenuto, se n'è fatto carico personalmente nel gesto più umano possibile, ma poi si è assicurato anche che altri avessero cura di lui, quindi c'era proprio un'intenzione forte di far star bene quella persona.
nel tempo delle grandi solitudini in cui fondamentalmente l'affermazione dell'individualismo e dell'edonismo sfrenato ha polverizzato la società in una somma di soggetti, individui che fintamente entrano in relazione con loro e sottolineo fintamente rimandando al mondo dei social in cui si parla di amicizie, di contatti. Eh, io credo di avere qualche migliaio di amici sui miei profili social che non conosco, non so chi siano, francamente non mi interessa meno, non non m'appartengono alla mia vita reale. E in questo mondo di grandi solitudine Nes materica.
ennima delega piuttosto che sfidare la mia fragilità verso la fragilità dell'altro, il momento di vulnerabilità dell'altro che chiede il mio intervento personale. Su questo mi chiedo anche ragione del servizio che faccio se esista un ruolo della Chiesa e quale debba essere il ruolo della Chiesa, ruolo del cristiano. Mi permetto, tanto per fare il figo, perché faccio vedere che leggo i documenti del Papa, di citare il numero 49 di Delexy Day che è uscita un paio di giorni fa e il numero 49 io trovo la ragione di tutto quello che vi sto dicendo che sono rimasto molto stupito perché è una citazione che non conoscevo che fa Papa Leone in questo documento.
Mi permetto di leggerla, sono pochissime righe. Numero 49 di Dilexite. Inizio la citazione.
Durante una pestilenza nella città di Cartagine, dove era vescovo, San Cipriano ricordò ai cristiani l'importanza della cura dei malati. virgolette questa versi questa epidemia all'apparenza orribili e funeste accertino la giustizia dei singoli e disaminino i sentimenti umani. Tale peste mostra se i sani assistano i malati, se i parenti amino i loro consanguinei come devono, se i padroni abbiano compassione dei loro schiavi colpiti dal male, se i medici non trascurino i malati che hanno bisogno di aiuto.
chiuse virgolette, la tradizione cristiana di visitare i malati, lavare le loro ferite e confortare gli afflitti non si riduce semplicemente ad un'opera di filantropia, ma è un'azione ecclesiale attraverso la quale nei malati i membri della Chiesa toccano la carne sofferente di Cristo. Fine citazione. Ecco qui trovo l'origine del discorso che vi ho fatto, cioè l'evento malattia e disvervel e come diceva San Cipriano, in qualche modo rilegge le relazioni e mette alla riprova se quello che hai detto, se quello che hai detto di provare sia effettivamente vero.
È il momento della prova. Nel momento in cui l'umanità sofferente ci chiede cura, noi disveleremo l'idea stessa di uomo che abbiamo e disveleremo la nostra natura più vera. Se il problema c'è la soluzione al problema e la delega alla macchina, capiremo che è una forma di disimpegno a tutti gli effetti.
Mi permetto un'altra brevissima citazione al numero 52 dello stesso documento in cui il Papa usa una parola a me terribilmente cara e dice semplicemente così. Nell'atto di curare una ferita, la Chiesa annuncia che il regno di Dio inizia tra i più vulnerabili. E vulnerabili, mi piace leggerlo inteso, come dicevo all'inizio, distinto da Francia.
Ecco, il ruolo della Chiesa e delle comunità cristiane ha senso nella società se riscoprono questa capacità di prendersi cura dell'altro con un obiettivo molto semplice. Secondo me la sfida che abbiamo davanti è quella che orienta tutto il mio agire pastorale è perché nessuno resti solo. In un mondo di solitudine, il mondo in cui gli anziani sono condannati a vivere al domicilio in assoluta solitudine, in un mondo in cui rischiamo troppo spesso di ritrovare persone che non ce l'hanno fatta dopo giorni.
E io credo che la comunità cristiana sia chiamata a muoversi e a mettersi al servizio di questa umanità. L'ultimo minuto che ho a disposizione lo utilizzo per sottolineare quello che è uscito alla cronaca pochissimi giorni fa e cioè il fatto che la Conferenza Episcopale Italiana abbia deciso di avere un ospedale a Gazza, anzi questa cosa è maturata prima che scoppiasse la pace. Eh, credo che sia la vera risposta del solto del Vangelo e della tradizione cristiana che possiamo fare come comunità, cioè andare lì e curare le ferite delle persone.
Oltre ogni idea politica, oltre ogni scenario sociale, politico, mediatico, oltre ogni tutto quello che vogliamo fare, credo che la Chiesa abbia scelto di fare esattamente il gesto del samaritano, cioè non distogliere lo sguardo da da quella da quella realtà e l'ha fatto nel silenzio fino a quando la notizia non è stata convocata. Qual è l'origine di questo gesto? qual è eh diciamo un po' il pensiero che lo precede?
Pensiero che lo precede, più o meno la riflessione nasce così. Eh quale obiettivo ha la guerra? La guerra ha il primo obiettivo di di generare dolore e sofferenza che non sono sinonimi, sono due cose diverse.
Per dolore intendo unaiccezione, dipende il dolore fisico, quello percepito dalla persona che in genere si cura con la farmacologia. La sofferenza è una condizione psicospirituale della persona e tanto che i due elementi possono vivere tranquillamente disgiunti. disgiunti, grande sofferenza senza dolore e grande dolore senza sofferenza.
Ecco, la guerra, cioè ogni conflitto, ogni atto terroristico, ogni azione che nasce dal male ha l'obiettivo di generare dolore e sofferenza perché piega l'alto, in qualche modo mette in difficoltà l'avversario. Come si crea la pace? La pace si crea creando gesti di cura che in qualche modo allevino le sofferenze di chi ha vissuto gli effetti dei conflitti.
E per questo non intendo una parte soltanto, intendo entrambe le parti, perché anche coloro che che sono stati mandati a compiere atti violenti avranno hanno e avranno delle ferite addosso che si porteranno per decenni. Quindi sia l'offensore che l'offeso eh subiscono tutta una serie di danni a livello psicospirituale che piegheranno quelle società per decenni. entrambe le parti, sia chi ha sparato, sia chi è stato ferito.
E quindi io credo che la risposta più bella, più vera e più forte che possiamo dare siano gesti di cura e aprire un ospedale che ha l'obiettivo di curare tutti in maniera gratuita e con lo stile dei cattolici sia la più bella testimonianza di pace che il padre Arcato abbia deciso di dare e che la CEI abbia deciso di sostenere. Vi ringrazio. Sì.